Calcio

Il Benfica e la maledizione di Guttman

Dietro la sconfitta ai rigori con il Siviglia nella finale di Europa League c'è l'anatema di Béla Guttmann, tecnico delle Aquile portoghesi negli anni Sessanta?

Eusebio nel 1969 contro l'Ajax

Il Benfica come i Boston Red Sox. Una maledizione che lega il passato al presente e annacqua le speranze dei tifosi. Come se chi c'era e non c'è più potesse davvero condizionare gli eventi del quotidiano per mischiare a suo piacimento le carte del destino. Per 86 anni, la squadra di baseball che fu di Babe Ruth non riuscì a salire sul gradino più alto delle World Series per via di un presunto anatema che la stella dei Red Sox lanciò all'indirizzo della sua ex franchigia, colpevole di averlo venduto ai rivali storici di New York, gli Yankees. Poi, nel 2004, tutto tornò al suo posto. Boston stese i Cardinals di Saint Louis nella serie finale e si riprese lo scettro che le era stato sottratto a suon di battute valide nel 1918. I tifosi dei Red Sox hanno girato per decenni pensieri più o meno ruvidi all'indirizzo di Ruth. Quelli del Benfica hanno fatto più o meno lo stesso nei confronti di Béla Guttmann.

E' il maggio del 1962. Il Benfica di Coluna, Aguas e soprattutto di Eusebio - la Pantera nera del Mozambico, uno dei più grandi attaccanti portoghesi di sempre, che indossò la maglia delle Aquile di Lisbona per gentile intercessione dell'ex centrocampista della nazionale brasiliana Bauer – strapazza il Real Madrid di Puskas, Gento e Di Stefano e conquista la sua seconda Coppa dei Campioni di fila. Cinque a tre il risultato finale. Benfica sotto 2-0 grazie a una doppietta di Puskas (che realizzerà anche il terzo gol delle merengues) e in paradiso per merito di due gol in tre minuti proprio di Eusebio. Il tecnico ungherese della squadra di Lisbona, giramondo per vocazione e necessità (era di origini ebree), forte di un doppio trionfo in Europa e di due titoli nazionali, va dal presidente del Benfica e gli chiede quello che oggi verrebbe battezzato “adeguamento di contratto”. Lui, il presidente, risponde picche e Guttmann si arrabbia. Lascia la società sbattendo la porta e le augura la peggior sorte possibile: “Da qui a 100 anni il Benfica non vincerà più una Coppa dei Campioni”.

Il maleficio prende forma negli anni a seguire. Provare per credere. L'anno dopo, la corazzata guidata da Eusebio si ripresenta nella gara finale che vale il trofeo. Cambia il tecnico dei rossi di Lisbona, via Guttmann per il cileno Fernando Riera, e cambia anche il risultato. Con due gol di Altafini, il Milan mette a sedere gli avversari e fa sua la coppa dalle grandi orecchie. Si dirà, un fuocherello non fa un incendio. Passano due anni, siamo nel 1965, e il Benfica vola in finale con la meravigliosa Inter di Helenio Herrera. Segna Jair al 42' del primo tempo. Neroazzurri al giro di campo e portoghesi negli spogliatoi tra le lacrime. Per la seconda volta consecutiva. Finita? Manco per sogno. E' il 29 maggio del 1968. Questa volta è il Manchester United di Bobby Charlton a sfidare il Benfica del solito Eusebio. Al 90' finisce 1-1. Nei tempi supplementari, George Best ci mette del suo e i giochi si chiudono sul 4-1 per la truppa inglese. Guttmann se la ride, Lisbona si dispera.

Vent'anni dopo, si rinnova il ballo. A Stoccarda è il PSV di Eindhoven a far crollare in ginocchio i portoghesi: 6-5 ai rigori. Un'altra volta finale, un'altra volta k.o. Tempo due anni e tocca di nuovo al Milan portare avanti la tradizione. Al Prater di Vienna, la squadra di Arrigo Sacchi, quella del trio di assi olandesi Rijkaard-Gullit-Van Basten, chiude nel cassetto le speranze di gloria del Benfica allenato da una vecchia conoscenza di casa nostra, Sven-Göran Eriksson. E' 1-0. Fatti due conti, Guttmann batte Aquile 5-0. Anzi, no: 7-0. Perché se estendiamo il discorso alla Coppa UEFA, poi Europa League, il bilancio si fa ancora più pesante per il club più titolato del Portogallo. Nel maggio del 1983 cade sotto i colpi dell'Anderlecht nella doppia finale della Coppa UEFA. L'anno scorso non fa meglio ad Amsterdam nella gara secca con il Chelsea per vincere l'Europa League. “Roba vecchia, ma parlarne ci motiva”, ha fatto sapere Jorge Jesus, il tecnico che stasera piloterà il suo Benfica nella finale contro il Siviglia allo Juventus Stadium di Torino. Ai Red Sox sono serviti 86 anni per sconfiggere il presagio di Babe Ruth. Alla squadra lusitana ne saranno sufficienti 52?

Twitter: @dario_pelizzari

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