Calcio

Olanda e Argentina, la storia chiama

Gli Orange per ripetere le gesta della generazione di Cruijff, Messi per continuare e inseguire il mito di Diego... - Lo speciale Brasile 2014

Robben e Messi, protagonisti di Olanda-Argentina – Credits: Epa

Tutto porta a Buenos Aires, 25 giugno 1978, il giorno che consacrò l'Argentina sul tetto del mondo e chiuse il ciclo del calcio totale olandese. Tutto ritorna lì, a quella finale di un Mondiale scritto nel suo destino, e che l'Albiceleste non poteva non vincere, ma che rappresentò anche l'ultima grande occasione della generazione dei tulipani fenomeni, quella che inventò un nuovo modo di fare calcio, ma ebbe anche la sventura di andare a sbattere contro due nazionali padrone di casa. Olanda-Argentina è tutto questo e anche di più. Non è solo il passaggio obbligato verso la finale del Maracana, ma è la somma di mille storie individuali che produrranno al fischio finale del turco Cakir qualcuno che avrà vinto - e potrà continuare a inseguire le sue ossessioni - e qualcuno che, sconfitto, dovrà rassegnarsi forse per sempre ad essere rimasto sulla soglia dell'eternità.

La semifinale di San Paolo potrebbe essere l'ultimo ballo per la seconda grande Olanda di tutti i tempi. La prima, quella finita a Buenos Aires nel '78, era stata capace di arrivare due volte alla finale mondiale. Questa deve riscattare le lacrime di Johannesburg e provare a dimenticare il gol di Iniesta che la privò di un titolo che sarebbe stato meritato. Ha l'occasione di farlo e di entrare nella storia, consapevole che la sliding doors potrebbe chiudersi da un momento all'altro e che non ci sarà una seconda opportunità, perché il gruppo che Van Gaal ha spinto fin qui non ha futuro e una nuova generazione di talenti sta già premendo alle spalle per prendere il posto di chi dovrà mollare. Robben, Van Persie, De Jong, Sneijder, Huntelaar: per molti è l'ultimo Mondiale prima di lasciare spazio ai giovani che già ci sono e, soprattutto, in difesa hanno preso il posto degli anziani in un mix che Van Gaal ha saputo miscelare con sapienza.

Anche per Leo Messi questa semifinale è un viaggio senza ritorno. Il paragone con Diego Maradona è fin banale, però è del tutto evidente che il momento per diventare come Diego è adesso o mai più. La stessa età, la stessa squadra intorno (ottima ma non eccelsa), la stessa pressione da portare sulle spalle. Già a partire dalla sfida contro l'Olanda che Messi deve affrontare senza la spalla con cui ha diviso i momenti decisivi di questo Mondiale. Angel Di Maria non c'è e si farà di tutto per recuperarlo in caso di finale, e tutti gli occhi sono puntati su Leo che è chiamato a indicare la strada anche a Sabella. Come deve giocare l'Argentina senza Di Maria? Un altro attaccante o un uomo più di copertura? La scelta dovrebbe ricadere su Perez con la conferma della squadra che, una volta uscito l'esterno del Real Madrid, ha finito il lavoro nei quarti con il Belgio. Dunque dentro anche Lavezzi e Higuain, fuori Palacio e Aguero, che ha recuperato e può dare qualche minuto di qualità.

L'Olanda ha provato a vivere una vigilia il più possibile serena, malgrado la polemica con la Fifa per la questione degli alberghi e un piccolo malessere di Van Persie che ha impedito alla punta del Manchester United di allenarsi al meglio. Problema di poco conto, ha fatto capire Van Gaal che per una volta non ha dovuto misurarsi con le critiche dei media olandesi sulla questione modulo. Sarà la solita Olanda di questo Mondiale, con la difesa a 3 pronta a diventare a 5 e davanti le due stelle Robben-Van Persie. Troppo difensiva per i gusti olandesi ma che, numeri alla mano, è anche la squadra che ha segnato di più fino a questo momento: 12 reti (4 subite) contro le 10 di Brasile e Germania e le 8 di un'Argentina solidissima, capace di tenere imbattuta la sua porta in ben tre occasioni e, soprattutto, contro Svizzera e Belgio, quando le partite si sono fatte decisive.

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