Calcio

Da ricco a povero: la vita dell'ex calciatore

Cresce il numero dei calciatori senza futuro (e senza soldi). Per questo l'AIC ha presentato un'iniziativa volta al loro reinserimento nel mondo del lavoro

Bernardo Corradi con le mani sul volto durante il match del 2003 contro l'Inter (Credits: PATRICK HERTZOG/AFP/Getty Images)

Dietro il tintinnio dei soldi, si cela il grido di qualche disperato. Succede anche nel calcio, luogo superficialmente visto come oasi felice in un deserto di miseria. Certo, a sfogliare l’ammontare delle somme percepite dagli Ibrahimovic, Ronaldo, Messi, ma anche Buffon, Balotelli e Milito, si fa presto a convincersi di questo. Peccato che non tutto il mondo del pallone sia un paese felice abitato da personaggi profumatamente pagati. Ci sono realtà profondamente distanti da queste, fatte di indebitamenti e pagamenti arretrati; come spesso accade in Lega Pro. E se sono queste le condizioni in cui versa la carriera di un calciatore, diventa difficile immaginare un futuro roseo lontano da problemi economici.

Riccardo Maspero, ex di Torino e Fiorentina, denunciò nitidamente il suono assordante che può fare il silenzio dell’abbandono: “A un certo punto più nessuno mi ha cercato, ci speravo e invece niente. Sono stato dimenticato. Allora sono entrato nel mondo del lavoro vero, perché fare il calciatore è un’altra cosa”, raccontò qualche anno fa. Maspero trovò il modo di avviare un’ azienda che si occupasse della realizzazione di carrelli sollevatori per le moto. Da lì non si è più mosso.

Un’iniziativa che si colloca alla perfezione nelle crepe del sistema, è quella lanciata dall’Assocalciatori e che è arrivata alla sua 3° edizione. L’iniziativa - “AIC - Ancora In Carriera” – è stata fortemente voluta e promossa dal presidente del sindacato dei calciatori, Damiano Tommasi: “L’idea nacque due anni fa a Vicenza: lì abbiamo capito che un calciatore deve entrare nella mentalità di pensare al post-carriera. Io mi sono trovato alla presidenza dell’AIC dopo che avevo smesso di giocare da 1 solo anno. Spero le istituzioni siano sempre più popolate da persone che vengono dal campo”. La strada sembra tracciata proprio in questa direzione, con l’ingresso di Simone Perrotta nel Consiglio Federale o quello di Demetrio Albertini come vice-presidente della Federcalcio, già dal 2007. 

L’obbiettivo del progetto, realizzato con la collaborazione dello Studio Ghiretti & Associati, e col patrocinio della Figc oltre che di tutte le leghe professionistiche (A, B e Lega Pro), è proprio quello di riqualificare gli ex calciatori per favorire il loro reinserimento nel mondo del lavoro, fornendocompetenze specifiche agli iscritti – che devono aver compiuto i 30 anni - nel campo della comunicazione, del marketing, della psicologia e della gestione delle risorse, arrivando perfino all’economia e all’analisi dell’ordinamento sportivo. Il tutto grazie a dei corsi che si terranno nella casa della Nazionale, a Coverciano, il prossimo 10, 11, 12 giugno e 1, 2, 3 luglio, con data conclusiva fissata nel 23 di settembre. 

È diventato indispensabile raggiungere un grado di preparazione elevato, perché la crisi dell’occupazione non fa sconti neanche agli ex pupilli delle variopinte tifoserie di mezza Italia. Una ricerca del 2010, condotta su 3000 giocatori, ha infatti messo in evidenza un dato allarmante: il 61,1% di chi smette di giocare, resta senza occupazione. 

Chi trova spazio come opinionista o seconda voce nelle telecronache – come successo a Bergomi, Marchegiani e Daniele Adani – è solo un’esigua minoranza. Il resto della truppa deve darsi seriamente da fare per non affondare. 

“Gli sportivi, volenti o nolenti, vivono due volte. Ma questa può essere anche una grande opportunità” – racconta Andrea Zorzi, ex pallavolista della Lube Maceratae oggi anche commentatore tv -. Smisi di giocare nel 1998 e andai a Parigi a montare le luci in teatro per una compagnia di danza; questo mi ha permesso di dimenticarmi di essere visto come atleta” – conclude Zorzi -. 

Me le diffuse difficoltà del reinserimento nel mondo del lavoro non appartengono solo agli ex calciatori, ma all’intera galassia degli sportivi. A parte i pochi fortunati che possono campare di rendita per un’intera vita, i loro colleghi devono far fronte a situazioni di dissesto aggravate. Un po’ come successo ai giocatori del Taranto nel 2011 (Prima Divisone di Lega Pro) e a quelli del Milazzo nel 2012(Seconda Divisone) – che dormirono nello spogliatoio per protesta -, portati a scioperare a causa dei ritardi nei pagamenti degli stipendi.

Ma se in Italia il lavoro svolto in questo senso dall’AIC è egregio – “In Spagna, Inghilterra e Canada ho visto che il calciatore italiano, come preparazione e professionalità fuori dal campo, è una spanna sopra gli altri”, è il commento soddisfatto di Bernardo Corradi – non si può dire lo stesso dell’estero, dove il dopo carriera, per chi appenda gli scarpini al chiodo, è ancora più difficoltoso. Illustre il caso dello spagnolo Julio Alberto, ex Barcellona, che dopo aver abbandonato i campi di gioco nel 91’, tentò per 5 volte il suicidio a causa dei problemi derivatigli dall’abuso di sostanze stupefacenti e dal mare di debiti in cui era sprofondato. Oggi ne è uscito e aiuta i giovani a lottare contro le droghe. In Inghilterra la situazione resta drammatica. Uno studio passato della XPro, rivelò che 3 calciatori su 5 finiscono sul lastrico dopo soli 5 anni dal ritiro; e spesso a causa proprio della droga, dell’alcol o di una mala gestione dei propri risparmi. 

È nota anche la vicenda di István Etienne Nyers, uno dei più grandi attaccanti della storia dell’Inter: dopo l’ ictus del 2005, morì senza soldi per le cure mediche e in attesa di una pensione che non arrivò mai. 

Anche il mondo dello sport vive quindi le difficoltà più comuni: fatte di problemi economici, della ricerca incessante di un’occupazione e di quelle ansie che scaturiscono dal cercare di dare un senso al futuro di centinaia di persone che, troppo spesso, smarriscono se stesse non avendo gli strumenti adatti a combatterle.

 
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