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Calcio, serie A - 4^ giornata

L'attaccante sembrava dovesse dire addio alla squadra e invece ora diventa il suo eroe in Champions e in campionato

Fabio Quagliarella

A noi italiani si possono trovare mille difetti, senza nemmeno far troppa fatica e con la certezza di cogliere quasi sempre nel giusto. Ma nessuno si azzardi mai a dire che  ci manca la fantasia. Non solo nel creare abiti, opere d’arte o gli espedienti per tirare la fine del mese. Pure per far ridere il mondo a crepapelle quando c’è di mezzo un pallone. Tra intercettazioni, schede telefoniche, orologi, passaporti, scommesse, inciuci politici, anche modi sempre nuovi per non far giocare le partite. Ci sono i signori nessuno che si infilano in campo all’Olimpico prima di un derby e raccontano fregnacce, ci sono quattro energumeni che pretendono la consegna delle magliette.

E c’è chi al  culmine di una bega infinita con l’amministrazione di Cagliari, da Miami dove da anni alberga in esilio volontario e dorato, convoca la gente a una partita alla quale non si può entrare. E già questa è una bella contraddizione in termini.

Riceviamo un sms dall’amico Geri De Rosa, bravissimo telecronista di Sky già molto preoccupato per la difficoltà tecnica di dover raccontare una partita senza cornice. “E pensa che mi hanno fatto venire qui per niente”. C’è tutta la desolazione di chi per mestiere deve bazzicare un mondo di pazzi e cialtroni. Quanto a questo non scherzano nemmeno quelli che giocano. Si deve far finta per forza che ci sia un campionato che di questo passo presto non esisterà più. E allora presto si dovranno inventare altre cose, altre maniere per spiegare alla gente che la Juventus non scapperà. E nel caso in cui lo facesse, magari c’è sotto qualcosa di oscuro. Adesso che ci si mette perfino l’attaccante che l’allenatore oscurato – Antonio Conte – non vorrebbe vedere nemmeno in fotografia e che ha fatto molto per mandare via. Lui, Quagliarella, è rimasto lì e in tre giorni ha sputato tre gol e un sacco di rospi.

Sarà un lunedì di comiche a Milano: c’è già la fila dei microfoni in centro sotto l’ufficio di Moratti, che avrà l’occhiale più di traverso che mai e dovrà raccontare cose che non pensa, dato che un anno fa per molto meno cacciò via Gasperini e quello prima Rafa Benitez. Ma Stramaccioni che si inalbera in modo anche un po' burinesco se gli dicono che hanno visto  un’Inter con l’abito provinciale, non si può toccare. Per questioni di fair play finanziario e perché, a differenza di Rafa e Gasp, è una scelta presidenziale. Al Milan han cominciato a far ridere dal venerdì, con quella conferenza stampa congiunta Allegri-Inzaghi  che ci ha riportati ai tempi dei dispacci della Pravda. E a Udine, nella partita della vita e del riscatto, dell’orgoglio e della difesa con lacrime e sangue dell’allenatore (tutto a parole, naturalmente), finisce battuto e con due espulsi. Fate voi la serenità. Anche di chi ha poi confermato Allegri, dopo averlo esautorato da tempo davanti al gruppo. E tutti conosciamo la paraculaggine senza pari dei giocatori, quando sanno già che tanto c’è un colpevole già battezzato. Si perde e non è colpa di nessuno, oppure dell’arbitro o della sfortuna. “Ma siamo tutti uniti e crediamo nel lavoro del mister”. E mai una volta che si vergognassero o si pigliassero uno straccio di responsabilità. Dopo aver visto il Napoli pareggiare a Catania, stiamo guardando la Lazio che non sfonda il Genoa.

E allora Petkovic chiama dalla panchina Stefano Mauri, uno che ha passato parte dell’estate in prigione con pesanti dubbi sulla testa e di cui sospettano conti  svizzeri color carbone. La piantiamo qui perché sennò è la volta buona che glia avvocati ci rovinano, anche se più di così è difficile. Prendete tutto questo come un libero sfogo, dettato dalla rabbia che non ci sia un’anima che possa esonerare Cellino, come lui ha fatto con una pletora di allenatori.

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