Sport

Benvenuti alle Olimpiadi di Londra, dove tutto è vietato e ogni cosa è in vendita

Business is business. Gli inglesi hanno preso alla lettera il motto. Ecco come

Le stranezze di Londra (Olycom)

Voglio quella maglietta. Quella che raffigura il meraviglioso murales di Bristol. Un ragazzo incappucciato che ruba il cerchio rosso e scappa. Vorrei poi comprare due chili di salsicce dal macellaio di Weymouth che ne aveva raffigurate cinque su un cartello a forma di anello con la scritta 2012: l’hanno costretto a ripiegarle a in quadrati, aggiungendo un anno.

Nel 2013 salsicce quadrate per tutti. Mi piacerebbe sbranarle davanti a diverse pinte di birra sotto la tenda rossa del Cafè Lympic, sulla West Ham Lane, dove sorge il Parco olimpico: la “O” naturalmente c’era prima sull’insegna, ma gli sbirri l’hanno fatta togliere sennò erano guai.

Poi sarebbe bello andare di notte dai panettieri della British Sugercraft Guild, a comperare sottobanco al mercato nero dolci con la forma dei sacri cinque cerchi, vietati anche quelli di giorno, in vetrina. Con la maglietta addosso, sazi di salsiccia e dolci e alticci di birra, ci piacerebbe entrare al villaggio olimpico, infiltrando un hacker mascherato da reporter. E da lì inondare in mondo di tweet, fotografie e riempire di scritte ogni bacheca di Facebook.

Benvenuti alle Olimpiadi di Londra, dove tutto è vietato e ogni cosa è in vendita, sempre che abbia il cartellino di prodotto ufficiale, in modo che costi pacchi di sterline. Ben trovati nella terra promessa della civiltà sportiva, sotto il manto d’ermellino dei Cinque Cerchi (quelli veri e griffati): non a Pechino, dove i loro problemi di connessione con un mondo diverso li avevano ogni giorno.

A Londra c’è la polizia in giro a far calare la mannaia su ogni tentativo di toccare quel pozzo di soldi riempito da sponsor e tv, a beneficio esclusivo loro e del Cio. Senza dimenticare che in quel pozzo ci sono anche i quattrini dei contribuenti inglesi (compresi il macellaio, il barista e il panettiere). Guardare, a pagamento, e non toccare. Niente da obiettare sullo sport che diventa business. Giusto che chi ha voglia di un grande spettacolo con i più straordinari attori del pianeta, cacci i soldi del biglietto e perfino quelli della pay tv, che poi benissimo fa a rendere quello spettacolo il più ridondante possibile.

Al punto che ha poco senso, per restare nei nostri confini, la polemichetta innescata da Franco Bragagna, principe dei telecronisti olimpici della Rai: “Far commentare il nuoto a Caressa è un insulto all’olimpismo”. Se l’ “olimpismo” è tutto questo, allora ben venga un po’ di dissacrazione e qualche fariseo nel tempio. Anzi, facciamo così: di quelle magliette ne compriamo due. Una è per Caressa.

© Riproduzione Riservata

Commenti