Fine della speranza. Alex Schwazer non correrarà alle Olimpiadi di Rio de Janeiro e la sua stessa carriera è quasi certamente terminata con il verdetto del Tas che ha accolto la richiesta della Iaaf di condannarlo per 8 anni, respingendo il suo appello per cercare di tornare in strada. Il verdetto è arrivato con un paio di giorni d'anticipo rispetto alla scadenza del 12 agosto, ma è stato amaro per il marciatore altoatesino e per Sandro Donati, uomo simbolo dell'antidoping e suo tecnico dopo il rientro in gara.

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Schwazer, trovato positivo a un controllo del 1° gennaio 2016 per la presenza di testosterone, si era battuto per affermare la sua innocenza e di essere vittima di una manipolazione. Una vicenda con molti punti oscuri e tante zone d'ombra: da una parte la Iaaf con la tempistica del controllo a sorpresa presso l'abitazione di Racines e la comunicazione della positività mesi dopo (e dopo che la prima analisi sul campione era risultata negativa), dall'altra l'atleta e il suo entourage, pronti a tutto.

In particolare, la storia del rientro di Schwazer alle competizioni dopo la positività del 2012 alla vigilia delle Olimpiadi di Londra era stata segnata dalla collaborazione con Donati e dai continui test per verificare che non ricadesse in tentazione. Quello di gennaio era l'unico con valori di poco anomali. Il legale del marciatore e i periti chiamati a testimoniare a Rio avevano portato prove delle incongruenze verificate, a aprtire dai dati degli altri controlli (14) tutti negativi. Una mole di lavoro che non ha convinto i giudici del Tas, riuniti in Brasile per esaminare il caso.

A Schwazer non resta ora che la strada del Tribunale svizzero. E' l'ultima carta per evitare la conclusione traumatica e anticipata della carriera, anche se non potrà salvare la partecipazione ai Giochi per i quali l'altoatesino aveva strappato il pass sia nella 20 che nella 50 km. Il rientro alle gare era stato trionfale, ma anche segnato dalle furibonde polemiche di colleghi e avversari. Davanti alla lotta per non arrendersi, una volta trovato positivo e con una vicenda oscura da chiarire, Schwazer si era trovato quasi solo, senza alcun appoggio da parte del Coni. Poi il verdetto: 8 anni che equivalgono a un ergastolo sportivo.

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