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Rio 2016, judo: Edwige Gwend, l'Italia e il bello di... combattere scalza

A tu per tu con la 26enne atleta delle Fiamme Gialle, alla sua seconda Olimpiade tra senso di libertà e motivate ambizioni

Più forte judoka italiana nei 63 kg e tra le migliori in Europa, Edwige Gwend è tra le speranze azzurre di Rio 2016, candidata a rinverdire i fasti dei miti del passato come Ylenia Scapin e Giulia Quintavalle. Di origini camerunensi, 26 anni, sorella del calciatore della Casertana Thomas Som, Edwige gareggia per il Gruppo Sportivo delle Fiamme Gialle e vanta ben due soprannomi: "Ciok" e "Gige".

Partiamo da qui: quale dei due preferisci di più?
"Entrambi, perché ormai fanno parte di me. 'Ciok' è il diminutivo di 'cioccolatino' per via del colore della mia pelle, di cui vado ovviamente fiera, mentre Gige è una strana ma affettuosa storpiatura del mio nome".

A proposito del colore della pelle, sappiamo che una volta un'avversaria ti ha dato della "negra"...
"Storia vecchia: avevo 8 anni e onestamente non mi ponevo nemmeno il problema. Però ho capito che che non mi faceva un complimento e allora... l'ho fatta nera io: ippon e vittoria. Sono molto autoironica, solare, ma non fatemi arrabbiare!".

Sei stata protagonista di altri episodi di razzismo?
"Nessun altro, la mia è una storia di integrazione. Anche grazie allo sport, ovviamente".

Perché proprio il judo?
"Perché adoro essere scalza mentre faccio sport: mi fa sentire a pieno contatto con l'intera situazione, oltre a darmi un senso di libertà sul tatami che mi fa gareggiare al meglio".

L'ex campionessa Ylenia Scapin ti ha definito la sua erede: sensazioni?
"E' una gioia immensa, anche perché so di avere ancora tanto da imparare per diventare come lei, che è sempre stata la mia fonte di ispirazione. Sono felice che sia stata reclutata come allenatrice nel Gruppo Sportivo delle Fiamme Gialle, di cui io faccio parte".

Per te questa di Rio è la seconda Olimpiade: cos'è cambiato rispetto a Londra 2012?
"Che questa volta sono più consapevole dei miei mezzi e dico serenamente che punto al podio".

Dichiarazione impegnativa: non sei scaramantica? 
"Per nulla. Anche se confesso di indossare sempre lo stesso top, ma lo faccio perché è il più comodo che ho...". 

Sappiamo che la tua è una famiglia di sportivi d'eccellenza: ce la puoi presentare? 
"Con piacere e con vero orgoglio. Mio papà Pierre è stato calciatore di belle speranze ma negli anni Novanta, ma si ruppe il crociato durante degli allenamenti con il Parma ed ebbe così la carriera interrotta. Mia mamma, Angele Tamou, ha invece giocato a pallamano, mentre Thomas Som (uno dei miei quattro fratelli) è un calciatore professionista e mia sorella Julienne Ngobi gioca sempre a calcio nei Crociati Parma. Poi devo aggiungere Maria Bertolini, una persona davvero speciale per me, praticamente una seconda mamma: se sono potuta crescere serena a Parma, dove ho sempre vissuto dopo esserci arrivata all'età di tre anni, è stato anche grazie a lei". 

Che legami conservi con il Camerun, la tua terra d'origine?
"A dire il vero ci sono stata una sola volta dopo essere arrivata in Italia, anche se mi piacerebbe tornarci. Purtroppo la situazione politica del Paese non è delle migliori, con il sempre presente rischio di attentati".

Al proposito, a Rio de Janeiro non temi la mano dell'Isis?
"Voglio credere che queste Olimpiadi saranno solo una festa della fratellanza del mondo. Nessun timore, insomma: solo tanta voglia di viverle".

Le Olimpiadi sono anche una grande occasione di promuovere il tuo sport...
"Vero. Ma per quanto posso, cerco comunque di farlo sempre: il 18 settembre, poco dopo essere rientrata da Rio, sarò ad esempio a Padova all'Happy Meal Sport Camp, che ha il preciso intento di promuovere lo sport tra i più giovani. Un'occasione per incontrare tanti bambini e ragazzi, ai quali cercherò di trasmettere la passione per l'attività fisica in generale e per le arti marziali in particolare".

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