Team Rifugiati
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Rio 2016: chi sono i 10 atleti del Team dei Rifugiati

Il primo nella storia delle Olimpiadi, vuole essere un messaggio di speranza per tutti gli esuli. Perché la sua presenza è già una vittoria

Durante la cerimonia d'apertura di Rio 2016 al Maracanà la loro bandiera con i cinque cerchi era lì a rappresentare un popolo di 63,5 milioni di persone sparso un po' ovunque nel mondo: quello di chi ha dovuto scappare dal proprio Paese per guerre e persecuzioni politiche. Stiamo parlando del Team dei Rifugiati (Refugee Olympic Team), il primo nella storia dei Giochi, espressamente voluto e selezionato dal Comitato olimpico internazionale e costituito da 10 atleti il cui status è stato verificato dalle Nazioni Unite: un nuotatore e una nuotatrice siriani, due judoka della Repubblica Democratica del Congo, cinque atleti del Sudan del Sud e un maratoneta etiope.

 


Dieci esseri umani, prima ancora che dieci sportivi, in fuga come tantissimi altri dalla violenza, ma che nello sport hanno potuto e saputo trovare un fattore di speranza, la stessa che tutti loro dicono di voler trasmettere agli altri rifugiati del mondo attraverso appunto la partecipazione alle Olimpiadi. Ma attenzione: da veri sportivi, non si accontenteranno degli applausi - scontati - della sfilata d'apertura nella magica notte di Rio, ma punteranno anche e soprattutto a dare il massimo in gara, perché consapevoli che attraverso i risultati la loro può diventare una testimonianza ancora più forte.

In fuga per la vittoria
Paulo Amotun Lokoro, 24 anni, confessa ad esempio che il suo sogno è proprio quello di vincere l'oro nei 1.500 metri, magari stabilendo anche il nuovo record del mondo della distanza, dopo essere stato selezionato nel campo di Kakuma, in Kenya, divenuto la sua casa dopo che ha abbandonato il Sudan del Sud dieci anni fa. Destino condiviso da Yech Pur Biel, specialista invece negli 800 metri, che dal 2005 al 2014 non ha mai lasciato lo stesso campo di Kakuma dopo essere scappato sempre dal Sudan del Sud e che ora, dopo essere entrato a far parte del Refugee Olympic Team, si considera "non più un rifugiato, ma un ambasciatore dei rifugiati nel mondo".

Il record di Yusra
Gareggiare al top, indipendentemente dal risultato finale, è pure l'obiettivo di Rami Anis, in passato il più veloce nuotatore della Siria nei 100 farfalla, che vive ora da rifugiato in una piccola cittadina del Belgio vicino a Gand: "Quando gareggi, devi solo pensare a farlo al top", racconta, aggiungendo poi di essere fortemente eccitato all'idea di poter forse incontrare il suo idolo Michael Phelps.

Mentre alla Cerimonia d'apertura Rami sfilerà di sicuro insieme alla 18enne Yusra Mardini, ora residente a Berlino dopo essere fuggita da Damasco nell'agosto 2015 passando da Libano, Turchia e isole greche secondo la più classica "rotta" dei rifugiati siriani. Con la sorella Sarah, anche lei nuotatrice, e ad altri due ragazzi Yusra ha spinto il gommone, strapieno di persone, sul quale si trovavano fino a poco prima e che si stava per ribaltare in mare proprio davanti alla costa di Lesbo. Quell'impresa salvò diverse vite, ma lei non ne fa un vanto: "Non avevo paura di morire, sapevo che a me e mia sorella non sarebbe successo niente grazie al nuoto", racconta. "Se non fossi riuscita a salvare quelle persone, non me lo sarei mai perdonato, ma al contempo pensavo proprio di potercela fare: in Siria, oltre ad allenarmi con la Nazionale, lavoravo in una piscina come bagnina".

Due volte Rio
Già in Brasile si trovano invece da tempo Popole Misenga e Yolande Mabika, i due judoka della Repubblica Democratica del Congo che sono stati accolti nel Paese ospitante i prossimi Giochi dopo aver chiesto asilo mentre si trovavano proprio a Rio per i Mondiali di judo della 2013. "Il mio messaggio ai rifugiati", afferma Yolande Mabika alla vigilia dell'appuntamento olimpico, "è di non perdere la speranza e continuare a crederci, ad avere fede nei loro cuori". Messaggio condiviso dal compagno di allenamenti Popole Misenga, la cui voglia di lottare non è venuta meno anche dopo che ha avuto la madre uccisa nel conflitto civile, mentre un fratello è tuttora considerato "disperso".

Senza scarpe, ma con tanto orgoglio
Rose Nathike Lokonyen, in gara a Rio negli 800 metri, ha invece i genitori in Sudan del Sud, mentre i suoi fratelli e sorelle vivono nel campo di Kakuma, dove questa 23enne mezzofondista (che vive da dieci anni nel campo di Kakuma) s'è messa in evidenza chiudendo al secondo posto un'importante gara corsa... a piedi nudi. Sarà proprio Rose la portabandiera del Team dei Rifugiati ed è inutile dire che la cosa la riempie di orgoglio al pari del fatto che sta per diventare a tutti gli effetti "un'atleta olimpica".

Anche la famiglia di Anjelina Nadai Lohalith è ancora nel Sudan del Sud, che lei ha invece lasciato da bambina: oggi 21enne, è stata selezionata per i 1.500 metri dopo essere stata "scoperta" dalla Tegla Loroupe Foundation, la Fondazione voluta e promossa dalla forte atleta keniota Tegla Loroupe Chepkite. Grata allo sport per averle fatto girare il mondo e incontrare gente sempre diversa, Anjelina si augura di essere una fonte di ispirazione e di incoraggiamento per tutti i rifugiati del mondo. Proprio come vuole esserlo James Nyang Chiengjek, altro atleta dal Sudan del Sud (gareggerà nei 400 metri) messosi in evidenza sempre in eventi organizzati dalla Tegla Loroupe Foundation. "Devi pregare Dio di avere una possibilità", afferma Chiengjek, "ma quando poi quella arriva, devi lavorare sodo per sfruttarla al meglio. Quello che voglio fare io per poter poi aiutare altra gente, proprio come tanti hanno aiutato in precedenza me consentendomi così di essere protagonista a Rio".

Spirito olimpico
Etiope è invece l'ultimo del Team dei Rifugiati: 36 anni, residente in Lussemburgo dal 2012, Yonas Kinde sarà impegnato nella maratona dopo aver vinto diverse gare nel suo Paese d'adozione. "Ma senza il Refugee Olympic Team non avrei mai potuto partecipare ai Giochi", osserva. "Per questo sono grato al Comitato olimpico internazionale di aver istituito questo programma, che mi auguro possa dare in futuro ad altri rifugiati la stessa chance di cui ho potuto godere io. Sono un uomo e un atleta felice, e anche fortunato di poter partecipare a un Olimpiade". Il barone Pierre de Coubertin, dall'alto, non può che annuire soddisfatto.

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