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Paolo Badano, l'uomo che ha reinventato la sedia a rotelle

Imprenditore edile, ha sviluppato un'idea rivoluzionaria, Genny, carrozzina a due ruote, usata dal nostro portabandiera alle Paralimpiadi

Paolo Badano (a destra) con l'arciere Oscar de Pellegrin al quale ha consegnato Genny.

Alle Paralimpiadi ci si può andare in tanti modi. Paolo Badano ci è andato insieme alla sua più grande scoperta, che di nome fa Genny.

Volgarmente è una sedia a rotelle con due ruote, in realtà per Paolo, e per chi la usa, è molto di più. Con Oscar de Pellegrin, uno degli atleti paralampici a cui ha consegnato la sua creazione, Badano non condivide tanto la disabilità quanto la voglia di andare oltre i propri limiti e soprattutto di pretendere sempre il massimo da se stessi e dalla propria vita. In sostanza, di non arrendersi mai. Nemmeno di fronte all'incidente che gli è costato la possibilità di camminare.

Un giorno, mentre girava su una tradizionale carrozzina, Paolo ha visto un Segway, uno di quei monopattini dotati di speciali sensori giroscopici. Apparecchiature in grado di muoversi senza l'utilizzo delle mani, ma solo con semplici movimenti del corpo. In pratica quegli spostamenti che facciamo per rimanere in equilibrio. "E se funzionasse anche da seduti?" deve aver pensato in quel momento.

Da allora, anche grazie al suo spirito da imprenditore, si è letteralmente rimesso in gioco e da lì non si è più fermato fino a realizzare quello che aveva in mente, senza badare troppo ad aziende ed organizzazioni che gli dicevano che la sua idea non poteva funzionare.

Oggi Badano è a Londra per mostrare a tutti cosa ha realizzato grazie alla sua forza di volontà. E magari godersi il villaggio olimpico, facendo una passeggiata con la sua Genny.

Allora Badano, in giro per Londra su Genny. E' riuscito a respirare quello che chiamano "spirito olimpico"?

"Non so se sia quello ma di sicuro per la prima volta ho respirato una "normalità" totale, tanto che a questo punto mi sembra ridicolo parlare di Olimpiade e Paralimpiade. La cosa che mi ha impressionato di più è che qui è tutto sold out. Non si riesce a trovare un biglietto e questo mi fa molto piacere. In passato io stesso ho fatto sport per disabili ma poi ho mollato tutto perché non sentivo intorno a me il vero spirito sportivo. Mi sembrava che le società ci facessero giocare più che altro per farci fare qualcosa. Invece oggi, qui a Londra, sento che l'atmosfera è cambiata".

Cosa c'è di diverso in queste Paralimpiadi?

"Negli atleti vedo la tensione prima della gara, quella voglia di raggiungere il risultato che accomuna tutti gli sportivi. E poi di diverso c'è che qui a Londra è tutto blindato. Se non hai il pass nel villaggio olimpico non ti ci fanno entrare, e non c'è sedia a rotelle che tenga".

Quindi le barriere, almeno in questo caso, sono una cosa positiva?

"Molti si sono arrabbiati perché la disabilità è abituata ad avere corsie preferenziali. Io invece lo recepisco come un segnale fortemente positivo. Anche le persone disabili devono imparare a sentirsi normali accettando tutto ciò che questo comporta, non solo gli aspetti positivi. Può voler dire perdere alcuni privilegi ma d'altronde la normalità è proprio quello che cerco. Altrimenti non avrei realizzato Genny".

Chi è, o meglio, cos'è Genny?

"Genny è un mezzo un po' strano, che non nasce per la disabilità e forse è proprio questa la sua arma vincente. E' un mezzo che tutti riconoscono perché deriva da quel Segway che ormai la maggior parte delle persone sono abituate a vedere".

Con "Segway" intende il famoso monopattino che si guida in piedi, spostando il peso del corpo?

"Esattamente. La differenza è che Genny si guida da seduti. I vantaggi per la mobilità sono enormi. Dal non dover usare le mani al fatto che veramente si riesce ad arrivare ovunque. Ma soprattutto dietro Genny c'è un concetto di design e di "normalità" per non farla percepire come una sedia a rotelle. Ci sono alcuni ragazzi che mi chiedono addirittura di provarla e a cui devo spiegare che non posso alzarmi. Con questo non intendo dire che vorrei nascondere il mio handicap. Però mi piace pensare che ogni tanto la gente veda prima la mia persona e solo dopo la mia disabilità".

Perché consegnare Genny ad alcuni atleti delle Paralimpiadi?

"Fa tutto parte del processo di professionalizzazione che si sta compiendo all'interno degli sport paraolimpici. Mi spiego. Genny è in grado di aiutare gli atleti nello svolgere i movimenti quotidiani con il minimo dispendio di energie. Uno sforzo sicuramente di molto inferiore a quello che richiederebbe lo spostarsi con una carrozzina. E questo, ad esempio, per un arciere come il nostro Oscar De Pellegrin (al quale è stata consegnata una Jenny tricolore nda) può fare la differenza. Con una normale sedia a rotelle, anche elettrica, le persone disabili fanno enorme fatica a compiere i gesti quotidiani. Per intenderci, sarebbe come chiedere ad una maratoneta di correre la gara dopo avere appena corso 50 chilometri. All'estero questo concetto di cura e di attenzione verso l'atleta disabile è stato recepito già da tempo".

Sta dicendo che in Italia siamo ancora indietro come livello degli sport paraolimpici?

"In Italia ci sono tante cose che sappiamo fare bene ma ancora non abbiamo compreso la potenzialità, anche economica, dello sport per disabili. Girando per il mondo ho visto atleti trattati come veri e propri professionisti con sponsorizzazioni importanti alle spalle. Prendo il basket in carrozzina solo per fare un esempio. Parlando con la squadra australiana mi hanno raccontato che sono stati 3 mesi in ritiro prima delle Paralimpiadi. L'Italia ha fatto 10 giorni di preparazione".

Di chi è la colpa?

"Le Federazioni prendono parecchi di soldi dallo Stato ma poi agli atleti disabili non fanno vedere un centesimo. Come spesso accade nel nostro paese, non solo nello sport, alla fine bisogna rimboccarsi le maniche e muoversi da soli, che poi è quello che ho fatto io".

Da dove comincia la storia che oggi la porta a Londra, per consegnare Genny?    

"La vita a volte è veramente strana. Un tempo facevo di tutto tranne che produrre sedie a rotelle. Poi vent'anni fa ho perso l'uso delle gambe in un incidente in moto. Ai tempi già facevo l'imprenditore certo, ma ero un imprenditore edile. La spinta iniziale non è stata sicuramente il business ma la mia testardaggine. Volevo riprendermi la mia mobilità e usando la testa, le mie capacità, le mie risorse ci sono riuscito. Quando ho visto la Segway per la prima volta ho pensato che con un sedile e qualche altra modifica avrei potuto adattarla alle mie esigenze. E così è nata Genny. Egoisticamente avrei potuto realizzarla solo per me ma quando ho visto l'effetto che ha avuto sulla mia vita ho cominciato a scrivere centinaia di email a enti, ospedali, case produttrici di sedie a rotelle perché cominciassero a produrla. Ero convinto di aver realizzato un mezzo rivoluzionario, di aver intrapreso una nuova strada".

E cosa le hanno risposto?

"Il più delle volte mi sono sentito dire cose del tipo "se finora non lo ha fatto nessuno deve pur esserci un motivo". Era un mondo che non conoscevo ma mi sono reso conto che chi ci lavora ne sapeva meno di me. Potevo arrendermi ma la mia caparbietà e le persone che hanno cambiato la loro vita grazie a Genny mi hanno spinto ad andare avanti. In questo devo dire che internet e i social network sono stati la mia fortuna".

In che senso?

"Non avendo accesso ai canali di comunicazione delle grandi aziende, che si sono rifiutate di produrre Genny, non avevo scelta: sono partito dal basso costruendo il mezzo a chi me lo chiedeva e poi ho divulgato le mie, e le loro, immagini attraverso dei video su internet che hanno reso visibili le potenzialità di Genny ai milioni di persone in un tutto il mondo".

Che effetto ha fatto la sua Genny all'interno del villaggio olimpico di Londra?

"Praticamente sono stato fermato da tutti. Centinaia di persone non capivano come riuscissi a muovermi con questa facilità e soprattutto con questa autonomia. Genny incarna perfettamente l'evoluzione tecnologica delle attrezzature per disabili che alle Paralimpiadi è incredibilmente visibile. Basti pensare alle gambe di Pistorius. Tra non molto tempo la tecnologia potrebbe portare gli atleti disabili ad avere prestazioni superiori persino a quelle degli atleti normodotati".

Lei è sempre proiettato al futuro…

"Per forza. Sono diventato disabile nelle gambe ma non nella testa. Non potevo accettare di stare seduto sua una sedia a rotelle uguale a quella che utilizzavano ai tempi di Garibaldi. "

Perché nessuno ha investito in questo ambito?

"E' semplicissimo. Perché la disabilità è soggetta all'assistenzialismo e quindi non vive sul mercato. Le grandi multinazionali produttrici di sedie a rotelle si mettono d'accordo per spartirsi la torta fatta dei soldi del welfare dei diversi stati. E così nessuna azienda investe nella ricerca di nuove soluzioni e le carrozzine, prodotte in Cina per poche centinaia di euro, vengono vendute in Italia a cifre che vanno ben oltre i 7mila euro. Se invece anche la sedia rotelle entrasse nel mondo del mercato reale, quello di auto e altri beni di consumo per intenderci, l'evoluzione sarebbe una cosa spontanea.

Cambiare carrozzina come si cambia una macchina, è questo il concetto?

"Perché no? Non capisco per quale motivo si pensi che le persone disabili non abbiano un desiderio estetico come chiunque su questo pianeta. Il design di Genny è stato progettato proprio per questo motivo. Nella mondo della disabilità invece si pensa solo agli aspetti funzionali. C'è una sorta di paura nel pensare ai disabili come a normali consumatori di un prodotto. In un momento come questo, in cui quasi tutti i mercati sono in crisi, il mercato della disabilità potrebbe garantire ampi margini di sviluppo e di guadagno. E invece l'Europa spreca tempo e soldi per discutere su come ci dobbiamo chiamare. Figuriamoci che esiste una commissione permanente con il compito di cambiarci il nome: in 10 anni sono passato da handicappato a disabile fino a diversamente abile. Lo scopo sarebbe quello dell'integrazione. Per me l'integrazione è quando un ragazzino di 15 anni mi chiede di provare il mezzo che mi serve per muovermi perché lo ritiene cool, che in italiano vuol dire figo ".

Il presidente del comitato paralimpico, Sir Philip Craven, ha inibito l’uso della parola “disabile” in cronache e notiziari…

"Questa cosa mi sembra una follia, come si può pretendere di non identificarci in qualche modo? Noi stessi ne abbiamo bisogno e penso che sia giusto così. Di certo non ci vogliamo nascondere. Siamo rimasti nell'ombra per troppo tempo".

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