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Cova: "Il flop di Mosca? L'atletica azzurra è da rifondare"

Per l'ex stella azzurra dei 10mila, è necessario rivedere completamente le logiche che governano l'atletica nel nostro Paese. "O ci svegliamo oppure continueremo a fare queste figure"

Fabrizio Schembri, grande (e inatteso) protagonista nel triplo (Credits: FRANCK FIFE/AFP/Getty Images)

Come la Nigeria e il Brasile. Peggio di Olanda, Spagna, Repubblica Ceca, Polonia, Francia, Ucraina e di molte altre rappresentative nazionali. Australia e Giappone comprese. L'Italia dell'atletica chiude i Mondiali di Mosca con un bilancio a dir poco disastroso: 19esima (su 60) con 19 punti, grazie a un argento, un quinto, un sesto, due settimi e un ottavo posto. La spedizione azzurra celebra il capolavoro di Valeria Straneo nella maratona, una medaglia d'argento che vale oro per tutto ciò che porta con sé, e poco, pochissimo altro. "Dobbiamo ripartire da zero con un nuovo approccio", spiega a panorama.it Alberto Cova, olimpionico dei 10mila a Los Angeles '84 ed ex dirigente federale. Il segreto del rilancio? "Creare un contesto professionale e professionista, soltanto così è possibile stare al passo delle altre nazionali". 

"L'Italia oggi non è adeguata alla ribalta internazionale, in alcuni casi abbiamo toccato il fondo", ha detto ieri il presidente federale Alfio Giomi da Casa Italia. Come spiegare una Caporetto di queste proporzioni?

"Credo che il presidente abbia letto molto bene la situazione. Che peraltro lui conosce benissimo, perché è stato vicepresidente della federazione almeno vent'anni fa e da allora non ha mai smesso di seguirla. Insomma, è un uomo che vive la federazione da tempo e quindi dovrebbe sapere benissimo cosa non funziona. Nelle mie brevi esperienze da dirigente nell'ambito della Fidal (ndr, Federazione italiana atletica leggera) ho ribadito più volte il concetto che se avessimo continuato su questa strada non saremmo andati da nessuna parte. Felice che Giomi abbia capito cosa non torna. Ora bisogna vedere se i dirigenti che lavorano al suo fianco lo appoggeranno in un percorso di cambiamento che io mi auguravo avvenisse già una quindicina di anni fa. Purtroppo, non è avvenuto. O ci svegliamo, oppure continueremo a fare queste figure". 

Chi l'ha delusa di più a Mosca? 

"Non parlo dei singoli atleti, perché il discorso sarebbe lungo e meriterebbe un serio approfondimento caso per caso. Vedo la situazione sotto un aspetto globale. Metto insieme dirigenti, tecnici e atleti. In Italia abbiamo un modo di fare atletica che è troppo provinciale. Dobbiamo diventare professionali, se non addirittura professionisti. Questo è l'errore di fondo del nostro mondo. Ci accontentiamo. Ma perché una volta si ottenevano risultati e c'era un livello medio molto alto? Dobbiamo cominciare da qui, a capire le ragioni di questa differenza rispetto al passato".

Tutta colpa di chi dirige? Tecnici e atleti non hanno alcuna responsabilità?

"Le responsabilità sono un po' di tutti. Sia di chi fa le scelte, sia di chi quelle scelte le deve eseguire. Di fondo, bisognerebbe capire perché un atleta sceglie di fare atletica. Perché un atleta azzurro non riesce a costruire negli anni qualcosa di importante? Non parlo di gente che vince le medaglie, sappiamo tutti che a livello mondiale non è affatto facile salire sul podio. Però non sappiamo perché i nostri atleti fanno atletica e questo è grave". 

Dei sei azzurri che hanno raggiunto la finale nelle diverse discipline, cinque superano i 30 anni. L'atletica italiana che raccoglieva medaglie e applausi in tutto il mondo non ha lasciato eredi da prima pagina?

"No, non è vero che non ci sono atleti giovani che abbiano i numeri per fare bene. Fino a qualche anno fa c'era un ambiente che era abituato a far gareggiare atleti ad alto livello e che sapeva cosa voleva dire pianificare, organizzare e avere degli obiettivi. Dopo Baldini, tutto questo non è più avvenuto. Quando dico che ogni atleta dovrebbe chiedersi perché ha scelto di fare atletica, intendo che con lui, su di lui, ci dovrebbe essere un programma, degli obiettivi. Deve intervenire il settore tecnico, che deve fare capire all'atleta che se ha un minimo di talento deve dedicare il suo tempo a coltivarlo nel modo migliore possibile. Per raggiungere traguardi che devono essere condivisi".

Settore giovanile da rivedere e potenziare?

"Non abbiamo più quello che io ho sempre chiamato l'educazione motoria autonoma. Vale a dire ragazzi che, come me quando ero giovane, arrivavano da scuola e andavano a giocare nei boschi. Poi, facevano la partita con gli amici. E quindi andavano al campo a fare atletica. Passavano il pomeriggio a fare educazione fisica. Dobbiamo fare in modo che i giovani che si avvicinano all'atletica, fin da quando fanno i primi passi nel nostro mondo, siano accompagnati giorno dopo giorno, perché non perdano di vista motivazioni e obiettivi. Non dobbiamo aspettare che arrivi il talento. Dobbiamo andare a cercarcelo. 

"E poi smettiamola di dire ai ragazzi che hanno appena cominciato che sono dei fuoriclasse prima ancora che abbiano vinto qualcosa. Speriamo che così dicendogli rimangano nell'atletica il più a lungo possibile, ma le cose vanno diversamente. Lo capiscono a 19-20 anni quanto sia difficile fare atletica a livello internazionale. E nella maggior parte dei casi abbandonano. Nessuno gli ha mai spiegato quale fosse il percorso per arrivare là. Ecco, l'obiettivo non deve essere quello di arrivare ai mondiali con un mezzo atleta che fa una specialità. Non diamo continuità ai risultati. Mi rendo conto che parlare sia semplice, ma prima o poi bisogna cominciare a cambiare. Se non lo facciamo, continuiamo a perdere degli anni". 

"In tempi brevi dovremo cambiare rotta", ha detto Giomi. "Occorre internazionalizzarci", la ricetta del direttore tecnico Massimo Magnani. Cova, come ripartire?

"E' necessario creare una struttura che lavori a tempo pieno sui ragazzi di 14-15 anni, per accompagnarli per almeno 5 anni in un programma che li porti a conoscere le logiche dell'atletica internazionale. E questo lavoro non dovrebbe essere fatto su un paio di atleti per ogni specialità. Certo che no, ogni specialità dovrebbe contarne almeno una decina. Seguire i ragazzi da vicino con un contesto tecnico professionale e professionista. Ecco cosa servirebbe. Molti tecnici che lavorano con gli azzurri non sanno cosa significhi davvero accompagnare un atleta a un certo livello. Non basta un Magnani a trasmettere una certa mentalità. Bisogna recuperare gli allenatori che hanno vinto le medaglie, che possano dare consigli e suggerimenti utili. E' un lavoraccio, ma non vedo altre soluzioni". 

Il presidente federale vorrebbe candidare Roma agli Europei del 2020 e organizzare in Italia un circuito di meeting. Il rilancio dell'atletica azzurra (ri)parte anche da qui?

"Non voglio sembrare il più bravo, ma io è da anni che parlo di queste cose. Servono appuntamenti durante tutto l'anno che permettano ai nostri atleti di confrontarsi e migliorarsi. Oggi non si può più lasciare nulla al caso".

Quale ruolo può avere lei in tutto questo? Se la chiamasse Giomi, se la sentirebbe di dare il suo contributo?

"Ho fatto il consigliere per quattro anni sotto la presidenza Arese. Molte questioni le ho messe sul tavolo e spesso non sono stato ascoltato. Ho lasciato perché non ce la facevo più a confrontarmi con un mondo che non voleva comprendere. Giomi mi conosce bene, sa come la penso. Se vuole, due parole le faccio volentieri con lui. Sono un grande appassionato di atletica, la vivo ancora oggi molto intensamente. Se la federazione pensa che io possa dare una mano, sono qui. I miei numeri li conoscono". 

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