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Come Matt, anch'io di corsa per la vita

Giusy Versace, velocista paralimpica, ci spiega cosa c'è dietro la "lezione" del giovane americano

La velocista Paralimpica, Giusy Versace (Credits: G. Colombo)

"Sai perché la gente si stupisce e si commuove davanti ad un video come questo. Perché di scene come queste ne vede poche. Soprattutto in Italia, dove i disabili devono rimanere nascosti...". Invece lei, Giusy Versace scene come quella di Matt (il bambino americano che malgrado il suo handicap partecipa e termina una gara di scuola sui 400 mt) non solo ne ha viste tante, ma ne è stata lei stessa la protagonista. Giusy infatti ha perso due gambe in un incidente stradale, anni fa. Oggi però è una delle velociste più forti del mondo.

"Però non mi sono mai arresa. Dopo un'inziale e normale momento di sconforto ho detto a me stessa che non mi sarei fatta limitare dal mio handicap. Ed ho scoperto lo sport. Ho capito cosa vuol dire correre, sentire il vento tra i capelli. E non è una frase banale. Quando ti dicono che forse non potrai più cam,minare e che correre è un errore diventa una battaglia: contro la sorte, contro chi ti dice che "NON PUOI" e contro i limiti del tuo corpo. Capisco benissimo Matt, capisco che sia voluto arrivare fino alla fine per sentire l'aria in faccia, per dimostrare a tutti i compagni che anche lui ce l'ha può fare, magari più piano, ma al traguardo ci si arriva comunque. L'ho fatto, non sono diverso"

Perché tu e Matt avete scelto proprio la corsa per la vostra battaglia?

"Siamo in un mondo che vive di corsa. corriamo al lavoro, per i figli, perché dimentichiamo il cellulare, per tenerci in forma, per scappare, per abbracciare. Solo quando non puoi più correre ti accorgi di quanto si bello ed importante, soprattutto di cosa significhi poterlo fare, anche con delle gambe non tue, ma sapere di essere libero di farlo... Per me è stato molto più che una gioia..."

Soprattutto del video è da apprezzare l'atteggiamento dei compagni di scuola di Matt..

"Certo, vedere i bambini attorno a lui, ad incitare, battere le mani e scortarlo fino al traguardo è meraviglioso. La cosa triste è che purtroppo queste scene, abituali negli Stati Uniti o in altri paesi europei, in Italia sono una rarità. Da noi c'è questa maledetta abitudine di nascondere il portatore di handicap che non vuole passare..."

In che senso, nascondere?

"Nel senso più letterale del termine. Il disabile va contro quell'idea di perfetto ed efficente che riempie la nostra società. Lo vedo su di me. Quando vado in spiaggia la gente mi guarda con le mie gambe finte come fossi un aliena, come se non esistesero altre persone con il mio problema. Eppure siamo tante, ma siamo tenute nascoste. E poi, basti pensare che, quando ho iniziato con l'Atletica Leggera pochi anni fa, ero l'unica donne impegnata in questa disciplina..."

Cosa fare per cambiare questa mentalità?

"C'è una sola strada: informare, parlare, mostrare, ma anche questo va fatto nella maniera giusta. In Italia abbiamo costruito un tam tam mediatico pazzesco per Pistorius; ne abbiamo fatto un'icona. Ma vi assicuro che all'estero è solo uno dei tanti atleti paralimpici. Non dobbiamo essere persone trattate in maniera diversa, siamo disabili ma normali. Io non sto a piangere per quello che non ho più, anzi. Amo ancora di più la vita ed ho molta più forza di prima. Forza che metto nella mia battaglia quotidiana. Sarebbe bello, ad esempio, che alle prossime olimpiadi di Londra potessimo avere lo stesso spazio dedicato agli atleto normo dotati. Nessuna compassione, niente di più. Ma niente di meno..."

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