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Il Cai celebra "quota" 150

Una mostra racconta a Torino il secolo e mezzo di vita del Club Alpino Italiano tra storiche imprese e future sfide. Come ci spiega il suo presidente Umberto Martini - le foto -

Alcuni soci del CAI riuniti nel 1874 a Pian del Re, nell'alta Valle Po, in provincia di Cuneo. (Credits: Archivio fotografico Museo Nazionale della Montagna)

Torino, 23 ottobre 1863: su iniziativa di Quintino Sella, che l'estate precedente ha ribadito le sue qualità di scalatore in una salita al Monviso, viene istituito al Castello del Valentino il Club Alpino Italiano. 150 anni dopo, sempre il capoluogo piemontese ospita al Museo Nazionale della Montagna "CAI 150. La mostra" (dal 26 maggio al 3 novembre 2013), in cui attraverso cimeli, testimonianze e opere d'arte viene appunto celebrato il secolo e mezzo di vita della prima associazione nata dopo l'Unità d'Italia. "La storia del CAI", afferma l'attuale presidente Umberto Martini, "è dunque per molti versi anche la storia del nostro Paese, tanto nei momenti felici quanto in quelli drammatici. Ed è questo il primo messaggio che vogliamo lanciare con questo evento non solo al grande pubblico ma anche e soprattutto ai nostri soci, che devono essere consapevoli di appartenere a un'istituzione che ha avuto una costante presenza nella società italiana a difesa della montagna e dei suoi valori".

Che cosa unisce in particolare il CAI voluto da Quintino Sella con quello di oggi?
"La volontà di vivere la montagna sì per divertimento, ma con la volontà di essere sempre un elemento in simbiosi con quest'ambiente e non un fattore di disturbo. Un vecchio detto delle valli recita: 'Segna più il suo passaggio un maleducato di mille persone educate'. Ecco: il CAI da sempre porta avanti il cammino di quei mille che salgono alla vetta nel rispetto e nella difesa del territorio".

Un sentimento che mal si sposa con la trasformazione che stanno avendo alcune cime, tra una foresta di impianti di risalita e ristoranti che propongono buffet di mare ad alta quota.
"È questa un'immagine che non ci piace per nulla, perché noi siamo lontanissimi dal considerare la montagna come un parco divertimenti. Attenzione, però: non è una questione di apertura alle masse, che possono distribuirsi adeguatamente sul nostro arco alpino (come dimostrano tra l'altro tanti sentieri da noi curati, tanto belli quanto ancora solitari), ma di approccio culturale all'andare in montagna. Non siamo insomma gelosi delle nostre vette: cerchiamo anzi di farne conoscere la bellezza, ma di promuoverne al contempo un utilizzo rispettoso e responsabile".

Di cosa a vostro avviso hanno soprattutto bisogno le nostre montagne?
"Che venga favorito il più possibile il mantenimento dei loro abitanti, perché una montagna spopolata è una montagna condannata comunque al degrado. Il nostro obiettivo è quindi quello di favorire l'incremento di un turismo morbido, ovvero rispettoso dell'ambiente, che consenta la presenza di attività commerciali compatibili per mantenere la gente nelle valli. Per riuscirci, serve però anche una legislazione adeguata, motivo per cui il CAI cerca di far sentire la sua voce pure nelle sedi istituzionali".

Ci sono progetti-modello, esempi da imitare?
"Ci sono tante interessanti sperimentazioni sul territorio, diverse delle quali stanno anche dando i loro frutti. A proposito di collegamento tra passato e futuro, mi viene da citare la promozione e attivazione della banda larga sulle montagne del Veneto: un progetto che da un lato consente di offrire nel turismo servizi di qualità e dall'altro fa sì che chi abita quelle valli non si senta un cittadino di serie B, tagliato fuori dalla società moderna. Riguardo alla nostra azione, ritengo poi fondamentali i rinnovati accordi con il Ministero dell'Istruzione per favorire attraverso l'attività di nostri soci qualificati, in collaborazione ovviamente con gli insegnanti, l'educazione dei giovani che vivono in montagna perché imparino che solo difendendone le ricchezze possono poi sfruttarle a loro vantaggio".

I giovani, appunto: riuscite ancora a coinvolgerli? La montagna è infatti per molti versi l'opposto di quello che interessa alle ultime generazioni…
"Inutile negare che lo zoccolo duro dei nostri 316 mila soci è costituito da persone in età matura, con una buona percentuale anche di seniores che scoprono o più di frequente riscoprono il piacere di andare in montagna con il ritrovato tempo libero. Ma uno degli obiettivi che ci siamo prefissi in occasione di questo importante anniversario è proprio anche quello di uscire dallo schema dell'associazione quasi di reduci in cui molti ci identificano. IL CAI è anche per i giovani e sicuramente per tutti quelli che amano l'azione, come dimostrano i nostri 7.300 soci impegnati come volontari nel Soccorso alpino e speleologico a favore di chiunque ami andare a fare sport in montagna".

Al proposito, come vi relazionate con l'alpinismo sportivo?
"L'alpinismo sportivo è da sempre una componente del nostro mondo, ma l'idea della montagna del CAI è certo lontana da quella dei collezionisti di 8 mila e ancora di più da chi vuole cimentarsi con il 'no limits'. Il che comunque non ci impedisce di dare il nostro sostegno a spedizioni di un certo tipo, come ad esempio quelle collegate alle attività di ricerca del CNR e coordinate dal nostro famoso socio Agostino Da Polenza. Per noi, comunque, l'avventura sta nella montagna in sé: nel saper ogni volta scoprirla senza oltrepassare i confini del rispetto".

Clicca qui per tutte le info utili su "CAI 150. La mostra". Tra gli eventi collegati all'inaugurazione: sabato 25 e domenica 26 maggio, alle 21.30, lo spettacolo "Danse Escalade" in cui Antoine Le Menestrel proporrà una performance d'eccezione sulle facciate verticali della Chiesa di Santa Maria del Monte e del Museo.

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