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Basket: viaggio nella crisi di Milano

L'analisi del momento difficile della squadra di coach Sergio Scariolo, di nuovo sconfitta al Forum, tra opinioni qualificate e... singolari errori di stampa

Omar Cook in palleggio: anche contro Sassari il play di Milano ha perso palloni decisivi. (LaPresse/Fabio Ferrari)

"Sotto canestro non va meglio: Fottisi e Borsosi sono insopportabilmente molli". Al Bar Sport del lunedì mattina, arrivati alle pagine del basket della Gazzetta tra un cappuccio e una brioche, c'è chi rilegge con più attenzione e chi subito parte con le illazioni. "Fottisi" e "Borsosi" sono chiaramente Fotsis e Bourousis, indicati come i due peggiori in campo nella sconfitta dell'Olimpia (la quinta della stagione in Campionato, nonché terza consecutiva in casa) contro Sassari. Ma perché proprio quei due nomignoli? Per indicare l'apparente menefreghismo del primo (che voci di mercato danno sempre più voglioso di tornare al Panathinaikos) e lo svagato ondeggiare del secondo, soprattutto nelle azioni difensive? E poi perché, notano i più attenti, Hairston è diventato Ariston? Nel dubbio, a noi non rimane che contattare l'autore dell'articolo - il gentilissimo Luca Chiabotti - che declina ogni responsabilità: "Nessun doppio senso", ci risponde subito, "la verità è che il correttore ortografico è impazzito e ha cambiato in automatico i nomi prima di andare in stampa senza che ce ne potessimo accorgere. E comunque non sarebbe certo nel mio stile, né in quello del mio giornale, criticare un giocatore storpiandogli il nome".
Ah, ecco! Certo però che l'EA7 Emporio Armani non sta regalando grande soddisfazioni al suo pubblico e se la maggior parte dei tifosi ha preferito domenica sera infilarsi il giaccone (e magari anche il cappello, visto l'aria gelida arrivata in città) e lasciare il Forum prima del tempo, qualcuno non ha mancato di lanciare grida di insoddisfazione dagli spalti, mentre i supporter sardi festeggiavano il successo nel loro spicchio di palazzetto. Refusi a parte, approfittiamo della disponibilità di Luca Chiabotti per un'analisi di quello che definiamo uno stato di confusione in casa Olimpia: "Confusione è in effetti il termine più appropriato", commenta la firma della Gazzetta, "e a un grado tale che non si riesce più a distinguere se il problema sia tecnico o mentale. Prendiamo Nicolò Melli: non segna più per l'involuto gioco offensivo della squadra o perché ha perso la fiducia nel suo tiro? E così Cook: non riesce più a gestire i palloni decisivi per una personale e divorante insicurezza di fondo o perché viene tatticamente abbandonato dai compagni nelle situazioni-chiave?". Con il discorso che può essere ovviamente esteso anche agli altri e con una risposta per niente facile, così come la possibile soluzione che la società di proprietà di Giorgio Armani e presieduta da Livio Proli è chiamata a cercare al più presto: "Cambiare il coach è la soluzione più semplice, ma non è detto che sia la più efficace, come hanno già dimostrato diversi passati avvicendamenti", prosegue Luca Chiabotti. "Certo è che qualche giocatore è davvero più che sotto esame, ma a mio avviso non basta procedere a tagli e sostituzioni guardando solo alle caratteristiche tecniche: a questa squadra serve almeno un giocatore che abbondi non tanto in punti nelle mani ma in leadership, uno capace di tirarsi dietro i compagni infondendo al contempo la necessaria sicurezza nei momenti in cui la palla scotta. Uno come ad esempio Sasha Djordjevic, che tornò a Milano nel febbraio 2005 in un'Olimpia in crisi di risultati e, pur acciaccato oltre ogni dire, contribuì con il suo carisma a dare alla squadra la fiducia per arrivare alla finale-scudetto".
Diversa, ma altrettanto impietosa sulla situazione attuale l'analisi di un'altra nota firma della nostra pallacanestro: "Le domande retoriche su quest'Olimpia sono due", va subito al nocciolo Werther Pedrazzi, che segue il basket di casa nostra per il Corriere della Sera. "Questa squadra difende? No! Questa squadra corre? No! Cosa fa, allora? Vince quando ha percentuali stratosferiche nel tiro da tre, condizione che però - per la natura stessa del basket - non può verificarsi così frequentemente. Dopo di che partono le supposizioni sul perché Milano non difenda e non corra come invece sarebbe necessario, e la mia personalissima idea è che lo faccia perché si allena male. Intendendo con questo non la qualità del lavoro in palestra, ma l'intensità con cui viene svolto: la cattiveria e la durezza agonistica, così come lo spirito di corpo, sono qualità che si coltivano con il lavoro settimanale al pari del resto, ma che più del resto ti fanno portare a casa la partita quando ti ritrovi a lottare punto a punto".
A chi spetti sviluppare tali doti nei giocatori è sottinteso e in questo senso coach Sergio Scariolo è più che chiamato in causa, anche se il tempo per lui come per la squadra non pare ancora essere scaduto. Anzi, secondo Dino Meneghin - intervistato domenica sera da Dario Ricci nel corso della trasmissione "A tempo di sport" su Radio24 - l'Olimpia ne ha ancora a sufficienza per registrarsi e farsi trovare al meglio quando le partite conteranno davvero, ovvero da febbraio in poi, con la qualità e la profondità del roster che le consentiranno di puntare tanto allo scudetto quanto a un'ottima prestazione in Eurolega. Parole almeno parzialmente condivise dallo stesso Werther Pedrazzi: "Quando questa squadra riesce a esprimere tutte le sue potenzialità, non sta solo avanti, ma prende vantaggi di 15 e passa punti anche contro le avversarie più quotate. La materia insomma c'è, serve chi gli sappia infondere lo spirito vincente". E qui dubbi e illazioni tornano a concretizzarsi al Bar Sport del lunedì come nella mente di tanti tifosi e osservatori.

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