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Basket: Pietro Fusella, 1vs1 nel carcere di Alcatraz

Campione italiano, è volato a San Francisco per il titolo di "King of the Rock". Con i consigli di Marco Belinelli

Pietro Fusella (a destra) e Marco Belinelli sul campetto del carcere di Alcatraz (Credits: Red bull King of the Rock)

Da Milano al playground del carcere di Alcatraz. Il viaggio di Pietro Fusella, 23 anni e una passione esagerata per la pallacanestro, è cominciato in una delle tante giornate passate a consumare le suole sull'asfalto dei campetti milanesi. "Mi hanno parlato di un torneo 1vs1 e l'idea mi è piacuta subito" racconta il ragazzo dall'alto dei suoi due metri e qualcosa. Il torneo in questione è il "King of the Rock", contest organizzato da Red Bull che vede sfidarsi faccia a faccia i migliori giocatori "da strada" di tutto il mondo. Pietro ha lottato e vinto Milano, quindi è arrivata la vittoria anche nella finale Italiana. "The Rock" però è il soprannome dell'isola di Alcatraz, nella baia di San Francisco, e per conquistare il titolo bisogna giocare sul campetto del penitenziario più famoso del mondo...

Allora Pietro, che sensazione si prova a giocare nel carcere di Alcatraz?

"E' un posto da brividi. Non appena arrivati ci hanno fatto fare un giro raccontandoci un pò di storie sul braccio D, quello con le celle d'isolamento. Il giorno della finale ci siamo siamo cambiati nell'infermeria del penitenziario, abbiamo fatto stretching nella sala mensa. Il campetto, dove un tempo giocavano i detenuti, è in mezzo a due gradinate identiche a quelle del film con Clint Eastwood. Credo che non esista un posto più spettacolare per fare un torneo di basket all'aperto...".

Qual è stata l'accoglienza dei giocatori americani nei confronti di un italiano, bianco e spilungone?

"Quando sono arrivato mi sembrava di essere in una scena di "Chi non salta bianco è" (film cult degli anni '90 che racconta di un cestista bianco sui campetti di Venice Beach ndr). Da una parte c'era il gruppo degli americani, quasi tutti di colore, vestiti da rapper e che si presentavano alle riunioni in ciabatte e pantaloncini. E poi c'ero io, col maglioncino e la scarpetta pettinata... Mi guardavano "con di diffidenza", per non essere volgari. Poi però mi hanno visto giocare e hanno capito che non sono uno che si tira indietro".

Cosa c'è di diverso nella pallacanestro che si gioca al "King of the Rock" rispetto a quella dei campionati italiani?

"Le regole sono praticamente le stesse anche se le partite durano 5 minuti. E' il fatto di giocare uno contro uno che cambia completamente lo stile di gioco. Si cerca di attaccare spalle a canestro e quindi l'aspetto fisico diventa fondamentale. Basti pensare che tre quarti dei giocatori della finale erano più grossi di me e quello che ha vinto è un tizio che chiamano Baby Shaq".

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Qual e' la tua strategia?

"La mia tattica solitamente e' quella di portare gli avversari sottocanestro e sfruttare la mia altezza. Ad Alcatraz pero' ho trovato subito un giocatore più pesante e allora ho provato a batterlo con la tecnica e con qualche canestro da fuori. Senza esagerare però perché sei ti allontanavi troppo la parabola di tiro veniva deviata dal vento. Con lui ha funzionato. Con il Kazaco, contro cui ho perso, ha funzionato meno...".

Vento e freddo non hanno giocato a tuo favore...

"L'isola di Alcatraz è in mezzo alla baia di San Francisco dove tra nebbia e vento si gela letteralmente. Mi sono coperto all'inverosimile ma non sono proprio riuscito a scaldarmi".

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Con Belinelli, il tuo mentore in questa esperienza, come ti sei trovato?

"Marco è stato disponibilissimo. Ci siamo trovati fin da subito anche perchè condividiamo la stessa passione per il basket. Abbiamo fatto un allenamento insieme e non riuscivo a credere di aver davanti un giocatore dell'Nba..."

Sei riuscito a carpirgli qualche segreto?

"Mi ha dato un pò di consigli ma ero già rimasto a bocca aperta: è arrivato al campetto e ancora prima di cominciare ha fatto dieci su dieci tirando da metà campo, senza nemmeno fare riscaldamento".

Avete anche girato un video insieme?

"Il video fa parte di una sorta di documentario che contiene sia le immagini del King of the Rock Italia sia quelle della finale ad Alcatraz. Ci siamo io e Belinelli che visitiamo la citta' con la mia voce in sottofondo che racconta...".

Ci sono dei giocatori che ti hanno impressionato?

"Ne ricordo uno di 2 metri e 10 per 130 chili che faceva veramente paura. E poi c'era un playmaker velocissimo che "sparava" anche da tre punti. In pratica erano infermabili. Gente che in Italia potrebbe stare tranquillamente tra i professionisti".

Tu pero' professionista non lo sei ancora...

"Per il momento no...  La mia squadra, l'Urania Milano, e Il mio campionato (la DNB ndr) richiedono un certo tipo d'impegno ma non è ancora un vero e proprio lavoro. Ci alleniamo la sera e quindi durante il giorno posso andare in università come la maggior parte dei miei coetanei".

Nel tuo futuro cosa vedi?

"Vedrei un camice bianco dato che studio medicina. Diventare un giocatore professionista rimane il mio sogno nel cassetto. Dal punto di vista tecnico dicono che potrei provarci, ma più' si sale di livello e piu' diventa difficile trovare il tempo per lo studio. Comunque staremo a vedere."

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