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Società

Vladimir Roitfeld: scoprire nuovi talenti non passa mai di moda

Scorpiamo Vladimir Restoin Roitfeld, 28 anni, figlio di Carine Roitfeld ex direttore di Vogue Paris

Non ride mai, neanche su richiesta del fotografo, ma poi tradisce una certa insicurezza quando chiede: «Si aspettava un ufficio più grande?». L’ufficio in questione è quello di Vladimir Restoin Roitfeld, 28 anni, figlio di Carine Roitfeld, ex direttore di Vogue Paris e ape regina della moda, e del creativo Christian Restoin. Un bilocale, sì, ma nell’Upper East Side di New York, città in cui vive da quattro anni per scovare talenti artistici e promuoverli. Nel suo inglese non c’è traccia di accento della sua madrelingua, il francese. Merito dell’università a Los Angeles, dove ha studiato cinema e fatto per due anni l’assistente producer. «Ma sono rimasto deluso da quel mondo quando ho capito che tutto si muoveva solo per denaro». Vladimir e la social-stylist italiana Giovanna Battaglia formano la coppia di rampolli di nuova generazione più paparazzata (il loro primo bacio, nel 2009, ha fatto il giro dei blog di moda del mondo). Vladimir beve caffè americano senza zucchero in un bicchiere di carta seduto a una scrivania di vetro su cui ha solo un Mac portatile, una scatola di Kleenex e alcune riviste d’arte. Quando parla tiene le dita incrociate, come se lì trovasse la concentrazione. E l’immagine un po’ fredda che vuole dare di sé è tradita da una gentilezza spontanea.

Il miglior consiglio che le hanno dato in famiglia?
Ogni giorno sento mio padre al telefono e mi ripete come un mantra: devi lavorare tanto per avere successo.

Lei nasce già fortunato.
Mio padre dice anche questo: con le amicizie giuste si possono avere dei free pass per arrivare prima, ma se sbagli non avrai mai la seconda opportunità.

Perché ha scelto l’arte e non la moda?
Se cresci in un ambiente, alla fine lo conosci così bene che puoi avere due reazioni: continuare a viverci dentro o prendere altre strade. Io ho scelto la seconda via.

Va d’accordo con sua madre?
Oggi sì, ma non è sempre stato così. Ero un po’ ribelle, poi ho capito che è importante ascoltare chi ha più esperienza. Forse abbiamo lo stesso carattere, per questo parlo di più con mio padre.

La scelta che le ha cambiato la vita?
Venire a vivere a New York. Qui succedono cose che non accadono altrove. In Europa l’arte è per un’élite che non prende sul serio i giovani art dealer, non importa l’impegno che ci metti. Qui, se ti metti in gioco, ce la fai. E, mi creda, la mia famiglia non c’entra.

Cosa le piace di più nel suo lavoro?
Il rapporto di fiducia con l’artista. Se credo nel progetto, do tutto me stesso per lui. I soldi sono l’ultima cosa.

Un idealista...
No, mi creda, sono concreto. A Londra se entri in una galleria e hai pochi soldi, non ti considerano. E sbagliano. Io voglio portare l’arte in più case possibili, anche in quelle dei giovani con meno denaro ma che l’apprezzano. Se mi fosse importato solo dei soldi, avrei scelto altre strade. Ma, così, non sa com’è bello tornare a casa la sera.

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