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Società

Hatufim - Homeland: la seconda vita (in tv) dei prigionieri di guerra

Si chiama "Hatufim", è la serie che ha ispirato "Homeland". Ora sta incantando gli americani. Per la sua crudezza

"A nessuno piace affrontare i propri fallimenti. Amiamo le storie eroiche. Quelle come la mia, di solito, non si raccontano" dice Uri Ehrenfeld, veterano israeliano, prigioniero di guerra nell’inverno del 1973. Sorride, è un po’ imbarazzato perché, invece, la sua storia è stata narrata e ha avuto successo. "Per 30 anni, come molti altri, mi sono gettato i ricordi della prigionia alle spalle" racconta a Panorama "e quando le ferite dei mesi in cella mi hanno costretto alla pensione ho capito che era arrivato il momento di parlare".

La serie tv che ne è nata, Hatufim (Prigionieri), ha dato risultati di audience eccellenti in Israele. Ora, trascinata dal successo della versione americana (la seguitissima Homeland), sta iniziando a fare parlare di sé anche negli Stati Uniti, dove è da poco disponibile online, sottotitolata in inglese.

Hatufim è la storia di due soldati israeliani che tornano a casa dopo 17 anni di prigionia e devono ricominciare in un mondo cambiato: uno trova un figlio nato dopo la sua cattura, l’altro scopre che la fidanzata si è sposata con suo fratello. E poi c’è Yael, sorella di un terzo soldato catturato e mai tornato, tormentata dal ricordo del fratello.

Diversa la versione americana: qui il protagonista è un sergente dei marines che torna a casa dopo 8 anni di prigionia in Iraq. "La produzione voleva protagonisti più giovani, magari senza una vedova 65enne» racconta il regista israeliano Gideon Raff, 39 anni, che ha firmato entrambe le serie. È stato lui a cercare l’ex paracadutista Ehrenfeld, dopo uno dei suoi viaggi tra Israele e Los Angeles, dove ha vissuto per 9 anni. "Ogni volta sentivo che il paese era cambiato: un altro Israele. Ho immaginato un prigioniero di guerra che torna a casa» racconta Raff.

Fino a quel momento storie del genere erano poco raccontate. Ci sono quasi 1.500 ex prigionieri di guerra nel paese, ma in molti tacciono perché, come ha detto un generale a Ehrenfeld, "farsi catturare non è un’esperienza molto onorevole». Per di più, ricorda l’ex parà, «molti ci dicevano: “Gilad Shalit è ancora prigioniero dei palestinesi, non è il caso di fare un racconto realistico'". Raff invece ha voluto essere credibile, tanto che un amico di Ehrenfeld ha avuto un attacco di cuore nel guardare la serie: "La gente pensa che Hatufim sia esagerata, ma è andata così. Ogni volta che la guardo è come se tornassi a quei giorni". Ehrenfeld li ricorda come «giorni atroci», proprio come quelli che si rincorrono nei ricordi dei protagonisti.

La serie ha scosso Israele, dove, raggiunta la maggiore età, tutti indossano la divisa per 3 anni e poi la lasciano sapendo che potrebbero essere richiamati fino ai 40 anni. "Hatufim è come fare un viaggio in quello che sarebbe potuto succedere loro"sostiene Ehrenfeld. "Non ci si pensa mai, nemmeno io ci pensavo. Ho fatto il soldato per anni, ho combattuto anche da ferito, ma non ho mai pensato che sarei potuto cadere in mano ai nemici. È un pensiero che resta lì, nascosto, non te lo trovi mai di fronte".

Eppure, al reparto di Ehrenfeld è successo, nella guerra dello Yom Kippur, per ordine dei piani alti della Difesa: non c’è più possibilità di difendere il vostro avamposto, arrendetevi. E lui è finito nella cella 19, al Cairo, neanche 2 metri quadrati senza letto né coperte, caldissima di giorno e gelida di notte. L’ex paracadutista c’è tornato tre anni fa. Si è fatto chiudere dentro, per qualche minuto, "volevo finire un ciclo: tornare nella mia cella da uomo libero. Respirare quell’aria, sentire quei suoni. È stata come una medicina". È l’effetto catartico che Hatufim ha avuto per i suoi connazionali:
"La mia non è una storia di disperazione, ricorda il nostro valore fondante: siamo responsabili l’uno dell’altro e, così come non lasciamo feriti sul campo di battaglia, non lasciamo caduti e prigionieri in mano nemica".

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