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Società

Elisabetta II d'Inghilterra. Altro che topless-Kate, il vero dolore di corte è la morte del suo corgi Monty

Il corgi della regina apparso nel film delle Olimpiadi faceva parte della famiglia. Prendeva il nome dall’uomo che sussurrava ai cavalli e che qui racconta il rapporto fra Elisabetta e gli animali.

Credits: Corbis

di Flora Watkins

La sua partecipazione all’apertura degli ultimi Giochi olimpici l’ha resa una delle cerimonie più memorabili: Monty, insieme ad altri due corgi, ha accolto James Bond e l’ha scortato al cospetto della regina prima di rotolarsi sulla pancia per le telecamere. È per questo che la morte del cagnolino è finita sulle prime pagine di tutto il mondo, ma la storia dietro il suo nome è ancora più straordinaria. Monty aveva infatti preso il nome da un vecchio amico di Elisabetta II, che mantiene con lei regolari contatti telefonici ed è spesso ospite a palazzo.

«Una grave perdita»: così Monty Roberts, noto anche come «l’uomo che ascolta i cavalli» (dal titolo della sua prima opera, ndt), ha commentato la morte del suo omonimo a quattro zampe. «La vita dei cani è più breve rispetto a quella delle persone, perciò sappiamo in partenza che un giorno li perderemo. Ma per la regina sono membri della famiglia ed è sicuramente sconvolta per la morte di Monty».

Dagli anni Ottanta Roberts consiglia sua maestà per quanto riguarda i suoi cavalli e, all’occorrenza, anche i suoi cagnolini. «Non mi ritengo affatto un addestratore cinofilo» chiarisce dal suo ranch in California «ma parliamo spesso delle particolarità dei suoi cani. Sono molto simili ai bambini e, come loro, a volte combinano marachelle». Nel caso di Monty (il cane, stavolta) questo si traduceva nel rincorrere diversi animali. «C’era in particolare uno scoiattolo che lo tormentava» ricorda Roberts. «Scendeva dal suo albero solo per ritornarci di corsa non appena Monty si metteva in moto per inseguirlo».

Molti dei cani della regina sono i pronipoti di Susan, il corgi regalatole per il suo 18° compleanno. «Però» aggiunge Roberts «gira voce che, cresciuti questi, non ne voglia allevare altri. Può essere solo un segno che sua maestà si stia sentendo sfiorire, e a me non piace vederla accorciare il passo in nessun modo».

L’amicizia ultraventennale tra la regina e «il cowboy californiano» è unica. Roberts ha tra l’altro avuto un ruolo da protagonista nel corteo del Royal Windsor horse show, durante il giubileo di diamante di Elisabetta II. In quell’occasione è stato ospitato insieme alla moglie Pat a Windsor, nella stanza che è stata di Margaret Thatcher, e insieme hanno accompagnato la regina e il duca di Edimburgo a svariati ricevimenti. Niente a che vedere con il Roberts adolescente che radunava i selvaggi mustang quando il padre partecipava ai rodei. Oggi i suoi semplici metodi di addestramento sono diventati un business da diversi milioni. Tanta fortuna, Roberts ne è convinto, è merito dell’appoggio ricevuto dalla regina, «l’unica che devo ringraziare per il mio successo mondiale. Se non fosse stato per lei, a quest’ora starei ancora arando i campi in California, cercando di convincere i cowboy che è inutile essere troppo severi con i cavalli».

I metodi di Roberts hanno raggiunto il grande pubblico grazie a Robert Redford e al film L’uomo che sussurrava ai cavalli, mentre la regina li conosceva già da anni: ne aveva letto su alcune riviste americane e aveva mandato John Miller, lo scudiero di corte, a scoprirne di più. «Quando è arrivato, era estremamente scettico» ricorda Roberts «pensava fossero solo un mucchio di sciocchezze, ma alla fine dovette ammettere: “A sua maestà interesserà”».

Così, nell’aprile del 1989, Roberts fu invitato a Windsor. La regina gli mise a disposizione diversi dei suoi puledri e fu predisposto un recinto per le esercitazioni.  «In soli cinque giorni si potevano cavalcare tutti senza problemi» dichiara Roberts. Sua maestà lo incoraggiò addirittura a scrivere la sua autobiografia, poi divenuta un bestseller, e lo mandò in tutta la Gran Bretagna a occuparsi dei cavalli dei suoi amici. «Mi ha infilato nella sua macchina e sono andato in trasferta in 21 città, lavorando con 98 cavalli, ogni volta rendendo conto a lei, la persona che mi ha regalato una vita nuova. E che non sarebbe d’accordo a metterla in questi termini, anche se è la verità: è una donna molto misurata».

Roberts vola in Gran Bretagna anche cinque volte l’anno per prendersi cura dei cavalli reali a Windsor, e proprio il mese prossimo sarà in Europa per occuparsi dei cavalli da corsa della regina. «Ci telefoniamo praticamente ogni sera per fare il punto della situazione, oppure ci incontriamo in una sala del palazzo di Windsor con i corgi accucciati ai piedi del divano. Sebbene mi rivolga sempre a lei chiamandola “sua maestà”» aggiunge Roberts «riesco a vedere il suo lato umano, ed è meraviglioso».

È anche capitato che un giorno la regina volesse incontrarlo all’improvviso mentre lui era in tenuta da lavoro. La cosa lo preoccupava, ma lei gli rispose: «Me ne infischio di cosa indossa». «In quanti se lo sarebbero aspettato dalla regina d’Inghilterra?».

L’anno scorso, come riconoscimento per i suoi servigi, Roberts fu inserito nella Birthday honours list, ovvero l’elenco annuale di persone a cui la famiglia reale assegna particolari onorificenze, diventando così membro onorario dell’Ordine reale vittoriano. Benché Roberts non accenni minimamente a rallentare i suoi ritmi di lavoro, a dispetto dei suoi 77 anni, la regina vuole che formi lo staff di casa reale. Per questo motivo uno dei garzoni di scuderia si è trasferito da lui in California e un altro ha frequentato quest’anno un corso intensivo di due settimane.

«Non sottolineerò mai abbastanza le doti della regina» dice Roberts. «Ricorda tutto ed è sinceramente interessata». L’addestratore loda anche l’impegno della monarca, qualità sconosciuta ad altri dei suoi clienti di alto rango. «Quando lavoro con lo sceicco Mohammed, invece, lui è solito dirmi: “Mi faccia un riassunto, ho solo 10 minuti”. Ma lei è diversa, lei è sua maestà la regina d’Inghilterra. Lei ama i dettagli».

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