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La mia l’Aquila, ferita ma non morta

Vedere le notizie da vicino, è certo diverso che raccontare al tg quello che altri hanno vissuto nella tua stessa redazione. Un paio di giorni fa sono stata a L’Aquila. Non un paio di giorni fa a caso. Ci sono …Leggi tutto

Vedere le notizie da vicino, è certo diverso che raccontare al tg quello che altri hanno vissuto nella tua stessa redazione.
Un paio di giorni fa sono stata a L’Aquila. Non un paio di giorni fa a caso. Ci sono stata 24 ore prima che la terra tremasse ancora. Una serie di scosse che hanno amplificato una paura silente ma sempre presente tra gli aquilani. Non se ne va mai. Stavolta è stata peggio del solito.
Il centro storico, riaperto pochi mesi dopo la tragedia del 6 aprile, è stato nuovamente chiuso. Le vie del centro non erano più sicure. I palazzi sono tornati a minacciare la gente.
E io, 24 ore prima che il comune decidesse di chiudere l’accesso, ho percorso tutte quelle strade senza sapere che non sarebbero più state agibili.

Da vicino fanno davvero paura. Palazzi bellissimi e cupi. Scheletri che ancora oggi, tre anni dopo il sisma, restano profili feriti e sfigurati. Tutto è puntellato, è messo in sicurezza. Punto. Nessuno li ha resituiti al loro antico splendore.
Non ero mai stata nel centro de l’Aquila. Camminando ho capito che magnificenza si ergeva prima che la terra buttasse giù tutto .

A me è toccato vedere ancora le macerie ammucchiate ai piedi delle case. Ancora la polvere dentro i negozi vuoti. Senza più nulla. Ancora le saracinesche accartocciate sotto il peso di un edificio che stava lì da mille anni. Uno dei caffè più antichi del posto, continua a vendere il torrone al cioccolato famoso in tutta Italia. E’ una specie di orgoglio locale. Lo producono in zona e riescono a distribuirlo nei negozi che ancora possono tenere aperto. Altri si sono arrangiati in piccoli gabbiotti di legno, perché i loro prodotti non vadano dimenticati. “Qui almeno i turisti possono assaggiare qualcosa di buono” mi dicono “e non si ricordano di noi solo per il terremoto”.

E la cosa che più mi ha gelato, oltre alla tristezza negli occhi di chi cerca di andare avanti come se il passato fosse lontano e superato, è il silenzio. Qualche volta senti il rumore degli operai che lavorano ai pochi cantieri aperti in città. Tutto è immobile. Abbandonato. “Non ci sono soldi” mi ha detto il presidente della Provincia, o meglio ci sono, ma l’ultimo decreto voluto da questo Governo, il decreto Barca, ha praticamente congelato i fondi che sono a disposizione degli aquilani. Quasi 500 milioni di euro.
E poi mi ricorda che se per il terremoto in Irpinia – nel 1980 – e quello del Belice – 1968 – l’italia continua a dare sostegno alle popolazioni colpite, dal 15 settembre scorso, per l’Aquila non esiste più lo stato di emergenza.
Forse ridare vita e dignità ad una città fantasma non è un’emergenza.

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