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Dietro le quinte, dietro le sbarre

Non ero mai stata in un carcere. Avevo letto, carpito, colto dettagli e immaginato un posto difficile e a tratti penoso. Ma non nel senso di un luogo dove una pena viene scontata. Quanto un ambiente che genera pietà.…Leggi tutto

Non ero mai stata in un carcere.

Avevo letto, carpito, colto dettagli e immaginato un posto difficile e a tratti penoso. Ma non nel senso di un luogo dove una pena viene scontata. Quanto un ambiente che genera pietà.

Sia chiaro, sono convinta che chi sbaglia debba pagare, scontando la pena e agevolando la sua rieducazione per un reinserimento nella società che è prima di tutto salvaguardia della società stessa. Cioè: carcere non è vitto e alloggio gratis. Assolutamenete.

Poi sono entrata a San Vittore. Il carcere più vecchio della Lombardia, pensato e costruito 200 anni fa, e ancora oggi a pieno regime. Con seicento ospiti in più del dovuto.

Mi ha sorpreso due volte.

Perché due volte ho trovato quello che non credevo di vedere. La cura, l’attenzione, l’umanità del personale penitenziario. Delle guardie carcerarie ( e non chiamateli secondini) che comprendono istante dopo istante cosa voglia dire stare lì dentro quando la macchina è piena di falle. Chiudono un occhio lì dove si può, cercano di mantenere un equilibrio delicatissimo tra detenuti di etnie, religioni, estrazione culturale differenti e spesso incompatibili.

E poi il sesto raggio. Avevo sentito dire di celle stipate, di condizioni disumane, di sovraffollamento. Parolone abusato di questi tempi, che non si avvicina minimamente alle condizioni di quel reparto della casa circondariale. 8 metri quadri e sei detenuti, finestre che non si aprono e celle che si aprono solo per l’ora d’aria. Che è davvero solo un’ora. E che è in un cortile di cemento dove, bene che ti vada, hai un pallone con cui fare due tiri.

Nella tua cella il bagno coincide con la cucina, dove la turca (spesso e volentieri l’acqua continua a scenedere giorno e notte) e’ a 50 cm dal lavandino dove si lavano i piatti e dal fornello dove si cucinano pasta o uova. Sopra appese mutande, calze e quel po’ di bucato che si può fare in un metro quadro di aria.

Ecco quello che mi ha pietrificato. L’aria insopportabile, pesante e claustrofobica, la ricerca impossibile di un minimo di ordine proprio nel luogo che l’ordine dovrebbe insegnare. Sacchetti ammucchiati diventano armadi, scatole di pasta si trasformano in contenitori di penne o lettere.

Ho visto tanti sorrisi, forzati e tirati. Tanta paura. Pochi segni di rabbia. In 8 metri quadri di cella, per quella, non c’è spazio.

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