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Abbasso le slot, viva il poker (sportivo)

In arrivo altre 22.000 licenze per punti gioco con slot machine. Lo Stato guadagna miliardi con le bische legali, sulla pelle dei disperati

Annunciazione, annunciazione: lo Stato biscazziere apre a 22.000 nuovi "punti gioco".

Andranno ad aggiungersi, secondo le stime, ai 90 mila angoli-gioco nei bar, tabacchini, eccetera (con 380 mila slot machine) e alle 3.000 "sale giochi" (altre 40 mila).

Il business delle macchinette è un affare da decine di miliardi di euro che dalle tasche dei cittadini migrano nelle tasche dello Stato. Chi si lamenta delle tasse troppo alte o troppo ingiuste, come l’Imu, non di rado paga molto di più quella che Cavour chiamava "tassa sugli imbecilli".

Imbecilli o no

Ma, imbecilli o no, la questione è complessa. Se il proibizionismo finirebbe con l’alimentare le bische illegali, la legalizzazione non fa che attirare nel gorgo della ludopatia sempre più persone che, anche se non troverebbero mai il coraggio di entrare in una bisca illegale, non trovano altrettanto impensabile entrare a giocare, “per gioco”, dentro una delle tante legalissime sale slot.
Come se ne esce?

Le sale slot

Chi ci è entrato almeno una volta lo sa benissimo. Sono posti alienanti, abitati da alienati. Il tempo, lì dentro, scompare. Uno crede di giocare da pochi minuti e ne esce dopo ore, ipnotizzato da motivetti e lucine, dalle piccole cascate di monete che fanno letteralmente impazzire gli zombie che stanno perdendo, emotivamente a un passo dal voler sbranare lo zombie di turno che sta vincendo.

Sono posti da poveri. Ci vanno anche i ricchi, certo, ma sono e restano posti da poveri. Giocare al Casinò di Las Vegas, di Sanremo, di Montecarlo, è un’altra cosa. La gente, da quelle parti, è felice. Perdono, certo che perdono, ma gli ambienti in cui perdono sono dei baracconi festanti in cui c’è spazio per famiglie in vacanza, gruppi di ragazzi in gita, uomini d’affari in città per un convegno o un Festival che vogliono (legittimamente) trascorrere una serata sperperando un po’ di denaro.

Ogni volta che entro in una sala slot, invece, mi viene in mente uno dei posti più surreali in cui sia mai stato, il Casinò di Detroit: pieno di mutilati, senzatetto, emarginati, miserabili, reietti. La disperazione di quella città, dopo la crisi, era tutta lì, nella sale di un Casinò senza gioia.

Così in Italia i Bingo, e queste sale da gioco minuscole, nelle più grigie periferie, in cui si consumano cibi e bevande gratis (o a bassissimo prezzo), di qualità infima, in un’atmosfera da discount in cui tutte queste persone vestite male, prive di strumenti culturali e di una quotidianità che dia loro la benché minima soddisfazione materiale o intellettuale, sperano di ribaltare il loro destino vincendo tutto quel che gli manca e invece non fanno che perdere, perdere e perdere quel poco che hanno.

Bar e tabacchini

Sono anche peggio. Come i distributori automatici di Gratta e Vinci (che sono venduti anche alle Poste o al supermercato), la gente entra per comprare altro e, già che c’è, ma sì, perché no, con il resto… Questo è un atteggiamento da Stato canaglia che combatte una guerra per le proprie casse - gestite da mani bucate e non pulite - mandando al massacro un esercito di derelitti (gli stessi che combattono le guerre guerreggiate, sedotti dalla propaganda militaresca che va a rastrellare i suoi soldatini tra gli ultimi degli ultimi).

Una soluzione vera non c’è

La filosofia del win for life, che è una filosofia da Paperino, l'eroe Disney che sogna di passare la vita in panciolle sull’amaca, è una filosofia che non può non attrarre chi ha lavori mediocri, malpagati, insoddisfacenti, usuranti.

E' facile dire che il lavoro nobilita l'uomo se non si appartiene alle categorie sociologiche che, più facilmente, pur di affrancarsi dal lavoro mortificante che li sfama, finiscono col diventare zombie ludopatici (nota: anche i ricchi piangono, ma sono quel tipo di ricchi che in realtà sono dei poveracci di spirito, col portafogli pieno e la vita vuota, quelli non fanno testo, sono i più poveri di tutti, anche perché, raramente, pur potendoselo permettere, si vestono e bevono meglio dei poveri).

Per eliminare il sogno di facili guadagni e una vita di ozio bisognerebbe eliminare le premesse da incubo di un mondo iniquo in cui la maggior parte delle persone (di quelle persone che già vivono nella parte di mondo in cui si sta meglio, peraltro) vivono vite che non varrebbe la pena fossero vissute.

Giocate a Poker

L’unica soluzione parziale è veicolare il gioco d'azzardo verso giochi in cui l’abilità venga premiata. Con le macchinette, i grattini etc, più giochi, più perdi.

Per un lucidissimo meccanismo matematico, il banco vince sempre, il gioco compulsivo è penalizzato.

I tornei di poker Texas Hold’em sono l’esatto opposto.

Il poker sportivo è, per l’appunto, uno sport.

Conta il talento naturale? Sì, certo, la predisposizione è importante.

Ma, come in ogni sport, più di tutto, conta l’allenamento.

Nel poker, tendenzialmente, più giochi (e, possibilmente, più studi), più ti alleni. Più ti alleni, più vinci.

È contro la cultura del caso che regna sovrano, della pia speranza, della scaramanzia, dei gesti apotropaici, del volgarissimo (anche se umanissimo) desiderio che un deus ex machina venga a toglierci le castagne dal fuoco che possiamo vincere.

Convogliando tutta la disperazione sociale che porta lo Stato a implementare le sue dannate macchinette (che a loro volta alimenteranno la disperazione sociale in un circolo vizioso infinito) in un azzardo calcolato, ragionato, scientifico, in una sorta di calvinistico circolo virtuoso in cui la gente, almeno, vinca o perda in base alle capacità e all’impegno che riesce a mettere in campo.

Poi sarebbe bello che, ad esempio, il mondo del poker odierno assomigliasse un po' di più a quello cinematografico di una volta (che la gente si vestisse tipo La stangata).

Se le persone devono proprio rovinarsi, che almeno imparino a rovinarsi con stile.

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