Scienza

Tumore al cervello, ecco i geni

Messa a punto la mappa delle principali alterazioni genetiche del glioblastoma, il più diffuso cancro cerebrale. Servirà per nuove terapie, come spiega Véronique Frattini, giovane ricercatrice che ha partecipato allo studio.

Véronique Frattini, 26 anni, ricercatrice alla Columbia University.

Véronique Frattini, viso fresco da ragazzina e voce gentile con la erre francese, conosce da vicino il più temibile tumore cerebrale: il glioblastoma. Lo conosce bene perché lo studia: a soli 26 anni ha co-firmato (su Nature Genetics, insieme a nomi eccellenti come Anna Lasorella e Antonio Iavarone della Columbia University, New York) un importante articolo che fornisce una mappa completa delle alterazioni genetiche più importanti di questo cancro; e lo conosce bene anche perché sua madre, anni fa, è morta proprio in seguito a un glioblastoma.

Aver identificato le principali alterazioni genetiche alla base di questo tumore è dunque, per lei, una piccola rivincita oltre che una soddisfazione professionale non da poco. La scoperta, avvenuta in collaborazione con ricercatori dell’Istituto neurologico Besta di Milano (tra cui Gaetano Finocchiaro, direttore del dipartimento di neuroncologia) potrà avere in futuro ricadute concrete per i malati: la ricerca di queste lesioni chiave in ogni singolo tumore permetterà di mettere a punto farmaci selettivi e più efficaci che agiscono bloccandone la crescita. Panorama ha intervistato questa giovane ricercatrice, che vive a New York e lavora alla Columbia University.

Che tipo di tumore è il glioblastoma?

È il tumore cerebrale più diffuso ed è estremamente aggressivo, con una prognosi spesso infausta e con una sopravvivenza media di circa 14 mesi.

Perché è così difficile da curare?

Perché la terapia attuale, basata su radio- e chemioterapia non è molto efficace. Anche la chirurgia prolunga la sopravvivenza ma non è risolutiva. E dopo qualche tempo il tumore si ripresenta in una forma ancora più aggressiva e resistente alle cure. C’è da dire che tutti i tumori, in genere, hanno strategie davvero difficili da contrastare.
Alcuni tumori sono addirittura capaci di creare nuove proteine fondendo geni diversi; una sorta di bricolage genetico che dà al tumore un vantaggio selettivo consentendogli di crescere in maniera incontrollata.

Con il vostro studio, cosa avete scoperto esattamente?

Il glioblastoma, nel caso specifico, è un tumore caratterizzato da moltissime alterazioni genetiche. In un anno di lavoro siamo stati in grado di identificare in un grandissimo numero di pazienti quelle principali. Queste 18 alterazioni genetiche le definiamo “driver” in quanto sono fondamentali per la crescita ed il mantenimento del tumore.
Siete stati veloci, in genere i tempi della ricerca scientifica sono più lunghi...

È stato un lavoro d’équipe, in cui ha contato molto la collaborazione tra diversi laboratori: di biologia, oncologia e di bioinformatica. La velocità nella ricerca in ambito medico è fondamentale in quanto c’è l'urgenza  per i pazienti di poter ricevere al più presto una terapia mirata ed efficace.

Altri centri studiavano i geni del glioblastoma?

Sì. Noi siamo stati i primi a riportare questo tipo di lesioni geniche ma molti gruppi di ricerca stanno lavorando nello stesso  ambito. Nella ricerca funziona così. Negli ultimi anni, per facilitare lo studo dei tumori a livello molecolare e genetico, sono stati creati networks multicentrici a livello mondiale. Il principale è il TCGA “The Cancer Genome Atlas”, vera e propria banca dati di pubblico accesso nata per condividere informazioni genetiche derivanti da analisi su diversi tipi di tumore.

Quali saranno le ricadute della vostra scoperta?

In prospettiva, l’idea è mettere a punto molecole che agiscano su queste alterazioni genetiche, senza le quali il tumore non può sopravvivere. Stiamo già ricevendo, da malati ancora in vita, campioni biologici del tumore: ci serviranno per individuare i pazienti con glioblastoma che potranno entrare nei trial clinici per testare, il prima possibile, molecole specifiche.

Lei vive negli Stati Uniti. Ha pensato un giorno di tornare e fare ricerca in Italia?

No, non per ora. L’Italia purtroppo non offre infrastrutture e finanziamenti adeguati, è difficile. Nella ricerca è già tutto complicato, se poi non ci sono soldi a sufficienza, come si fa? Qui poi c’è la possibilità di essere valutati per quel che si vale. Se sei in grado di produrre dati e fare ricerca con impatto a livello medico, ti spalancano le porte, altrimenti sei fuori, il tuo posto viene assegnato ad un altro. È un ambiente molto selettivo e competitivo, ma va bene così. E finché questo non avverrà anche in Italia, difficilmente gli scienziati torneranno.

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