Scienza

Quote rosa tra i topi da laboratorio

L'ente che finanzia la ricerca americana impone di testare i farmaci anche sugli animali femmina per avere poi risultati più affidabili per le donne

Topi

– Credits: RAUL ARBOLEDA/AFP

Fare l’animale da laboratorio, è stato finora un affare da maschi. Anche se è probabilmente un fatto sconosciuto alla maggior parte delle persone, gli animali femmina sono molto raramente inclusi nella ricerca in biomedicina. Il motivo è che i ricercatori hanno sempre ritenuto che le variazioni ormonali e il ciclo femminile fossero un fattore che poteva confondere i risultati delle sperimentazioni. Ora la situazione potrebbe cambiare. Pochi giorni fa, Francis Collins, il direttore dei National Institutes of Health, l’ente che finanzia la ricerca biomedica pubblica negli Stati Uniti, ha annunciato sulla rivista Nature che a partire da ottobre, i ricercatori che vogliono accedere ai finanziamenti pubblici devono includere “quote rosa” tra gli animali da laboratorio dei loro esperimenti.

A ciascun sesso la sua medicina

Fino a non molti anni fa, c’era la convinzione che salute maschile e femminile non fossero in fondo che variazioni sullo stesso tema. Ora sta invece diventando sempre più evidente che organismo maschile e femminile reagiscono in modo a volte assai diverso agli stessi farmaci, che uomini e donne sono colpiti in percentuali diverse dalle stesse malattie e che certe patologie, per esempio quelle cardiache, hanno invece spesso caratteristiche diverse nelle femmine e nei maschi. Sono questi i temi di cui si occupa la cosiddetta medicina di genere, che anche in Italia sta cominciando a ricevere una notevole attenzione. Il ragionamento dei ricercatori americani è che, se si vogliono capire meglio le differenze, e avere risultati più precisi e affidabili sugli effetti dei trattamenti nei due sessi, è necessario includere il lato femminile fin dalla ricerca preclinica, quella sulle cellule (la richiesta è che gli esperimenti vengano fatti anche con cellule femminili) e con gli animali.

Questioni di rappresentanza

Le donne sono molto meno rappresentate degli uomini negli studi clinici sui farmaci, anche se già da alcuni anni, specialmente negli Stati Uniti, negli studi finanziati dal governo è richiesta la partecipazione di un certo numero di donne, ancora poco presenti in quelli sponsorizzati dall’industria. Secondo gli studi, è colpa anche di questa situazione se le donne sperimentano effetti collaterali più gravi dall’assunzione di nuovi farmaci. L’anno scorso, per esempio, la FDA americana ha raccomandato che il farmaco contro l’insonnia zolpidem sia prescritto in dose dimezzata alle donne, perché nuove ricerche hanno dimostrato che l’organismo femminile lo metabolizza più lentamente, e i suoi effetti sono quindi potenzialmente più forti. È un fatto che alcune malattie, come quelle della tiroide, la sclerosi multipla o la depressione, colpiscono in percentuali maggiori le donne rispetto agli uomini. Nel caso della sclerosi multipla, anche se più donne sono colpite, lo sono spesso in forma meno grave, un fatto attribuito alle differenze ormonali. Anche malattie apparentemente “unisex” come quelle cardiovascolari hanno in realtà caratteristiche diverse nei due sessi. Le donne, per esempio, sviluppano la malattia in media dieci anni dopo gli uomini. E i farmaci più utilizzati, le statine (testate quasi esclusivamente negli uomini), secondo alcuni ricercatori hanno benefici modesti nel sesso femminile. Abbasserebbero il colesterolo ma senza ridurre il numero di infarti.
Anche in Italia si comincia a parlare di medicina di genere. Se ne discute in convegni e anche a livello politico. La Toscana, per esempio, prima e per ora unica regione in Italia, ha istituito un Centro regionale di coordinamento della salute e medicina di genere. Intanto, si vedrà se l’ingresso in laboratorio delle quote rosa animali porterà davvero dei benefici per la ricerca ma anche, a valle, per la medicina e la salute.

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