Spazio

Tuoni, fulmini e tempeste? Tutta “colpa” del Sole

Scoperta una correlazione diretta tra la frequenza e l’intensità dei temporali e l’attività della nostra stella: ecco come la meteorologia spaziale influenza quella terrestre

fulmini

– Credits: thinstock photo

Sole a catinelle non è mica sempre sinonimo di bel tempo. Anzi, più sole arriva sulla Terra, più si generano fulmini e saette. L’hanno scoperto ricercatori dell’Università di Reading (nel Berkshire, Regno Unito) verificando che l’incremento di perturbazioni temporalesche è strettamente legato all’aumento del vento solare, cioè ai flussi di particelle ad alta energia emesse dalla nostra stella.

Ogni giorno qualche milione di tonnellate di materia, costituita al novanta per cento di protoni ed elettroni, viene espulsa dalla superficie solare e scagliata nello spazio a velocità che raggiungono anche i nove milioni di chilometri all’ora.

Normalmente il campo magnetico terrestre fa da schermo al vento solare, ma quando un flusso di particelle cariche che viaggia nello spazio ad alta velocità si scontra con un altro più lento si forma allora un fronte d’onda più potente che riesce a penetrare lo scudo magnetico del nostro pianeta, colpendo gli stati più esterni dell’atmosfera. I fasci di protoni ed elettroni non riescono ad arrivare al suolo, ma caricano di energia elettrostatica l’aria dell’alta atmosfera, cambiandone le proprietà.

Questo induce un aumento “non solo nella frequenza ma anche nell’intensità dei fulmini durante i temporali” commenta Chris Scott, uno degli autori che descrive la scoperta su Environmental Research Letters  del 15 maggio. “Anche se non conosciamo esattamente come funziona il meccanismo, ora sappiamo che le scariche elettriche tra le nubi o tra le nuvole e il terreno, cioè i lampi, avvengono più frequentemente quando il nostro pianeta è investito dal flusso del vento solare” continua il ricercatore inglese.

Gli scienziati hanno infatti analizzato i dati forniti dal servizio meteorologico britannico sui temporali e numero di fulmini occorsi tra il 2000 e il 2005 in un area di cinquecento chilometri intorno all’Inghilterra centrale. Confrontandoli con le rilevazioni dell’intensità del vento solare acquisite nello stesso periodo dalla sonda della Nasa Advanced Composition Explorer, che si trova in orbita tra la Terra e la nostra stella, hanno quindi verificato l’effettivo incremento dei fenomeni temporaleschi dopo l’arrivo delle particelle super energetiche irraggiate dal Sole.

Qualche numero: mediamente sono scoccati 422 lampi durante i temporali quaranta giorni dopo una folata di vento solare, contro i 321 dei quaranta giorni antecedenti, con un picco attorno ai 12-18 giorni dopo che le particelle cariche avevano investito l’atmosfera. Giles Harrison del Dipartimento di Meteorologia dell’Università di Reading afferma che “il risultato del nostro studio fornisce un ulteriore e potente strumento per previsioni del tempo più accurate e a lungo termine, poiché combina la meteorologia spaziale con quella terrestre; inoltre, conoscendo con largo anticipo il tasso di formazione di fulmini e quindi il grado di pericolosità di una tempesta, si potrà di conseguenza lanciare l’allerta sulle zone interessate per tempo”.

Infatti, poiché il Sole compie una rotazione su se stesso rispetto alla Terra ogni 27 giorni, possiamo sapere quando i fenomeni che avvengono sulla sua superficie, come brillamenti, espulsioni di massa e macchie solari puntano verso di noi. In questo filmato, realizzato condensando in 18 secondi migliaia di fotogrammi ripresi dalla sonda Sdo della Nasa tra il 29 e 30 aprile, si vede ad esempio un tornado di plasma incandescente (cioè fatto anch’esso di elettroni e protoni) eruttare dalla superficie solare per centinaia di migliaia di chilometri.

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