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Spazio

Nasa: scoperti 10 pianeti simili alla Terra che potrebbero essere abitabili

Il telescopio spaziale Kepler ha individuato 219 nuovi pianeti extrasolari: una cinquantina avrebbe condizioni favorevoli alla vita

Dieci nuovi “gemelli” del nostro pianeta vanno ad arricchire il catalogo di esopianeti finora conosciuti. Lo ha annunciato il 19 giugno 2017 la Nasa in una teleconferenza dove sono stati esposti gli ultimi risultati delle analisi sulle osservazioni effettuate dal telescopio orbitante Kepler.

Sono così arrivati a oltre quattromila (4.034, per l’esattezza) i potenziali mondi alieni che il telescopio spaziale ha individuato finora.

2.335 sono già stati verificati essere davvero pianeti extrasolari tramite analisi incrociate con dati di telescopi terrestri.

Di questi almeno cinquanta (30 confermati definitivamente) hanno le dimensioni della Terra e si trovano nella fascia di abitabilità della loro stella, cioè alla giusta distanza per ricevere il giusto calore che consente di mantenere l’acqua allo stato liquido, condizione necessaria per lo sviluppo della vita.

E questo solo in una piccola porzione di cielo, quella scrutata da Kepler, nella costellazione del Cigno, che è larga appena poco più di un paio di volte la luna piena.

Immaginate quanti sono allora i pianeti contenuti nell’intera Via Lattea e finora non individuati perché non si è ancora puntato un potente strumento in tutte le zone della volta celeste.

Per alcuni astronomi sarebbero centinaia di milioni, pari al numero di stelle contenute nella galassia.


Le implicazioni per la ricerca di vita nell’universo

“Sono enormi” ha dichiarato Mario Perez, uno dei responsabili della missione Kepler, “perché conoscere la distribuzione e la frequenza nella galassia dei pianeti che hanno approssimativamente le stesse dimensioni della Terra e un’orbita simile ci permette di poter pianificare in dettaglio le future missioni Nasa per ottenere finalmente l’immagine diretta di un altro mondo pressoché uguale al nostro”.

In altre parole, quando la tecnologia consentirà di realizzare un telescopio che potrà visualizzare direttamente un pianeta extrasolare gli astronomi, grazie ai dati di Kepler, sapranno già dove guardare.

E non manca molto a quel momento: nel 2018 sarà mandato in orbita il telescopio Webb, che potrebbe già dare qualche primo risultato in questa direzione, perché potrà scrutare le atmosfere di questi mondi lontani.

Quanti sono i pianeti simili alla Terra nella Via Lattea?

A questa domanda ha risposto l’astronoma Susan Thompson, anche lei coinvolta nel progetto Kepler: “con il telecopio Keck, alle Hawaii, è stato possibile misurare con estrema precisione il raggio di oltre duemila pianeti scoperti da Kepler ed è risultato che quelli di piccole dimensioni si suddividono in due  gruppi, quelli rocciosi grandi più o meno quanto la Terra e quelli gassosi, delle dimensioni paragonabili a quelle di Nettuno (quasi quattro volte più largo del nostro pianeta n.d.A.) mentre sono pochissimi quelli che si collocano nelle misure intermedie”.

Due famiglie di esopianeti

“Possiamo così classificare i pianeti in due categorie, a seconda della loro grandezza” dice Benjamin Fulton dell’University of Hawaii, “un po’ come fanno i biologi con gli animali: in questo caso siamo di fronte a due famiglie distinte e con caratteristiche completamente differenti, proprio come i mammiferi e i rettili”.

I pianeti rocciosi sono mediamente due terzi più grandi della Terra, ma circa la metà di questi, per ragioni ancora sconosciute, accumula idrogeno ed elio dallo spazio circostante, i gas che derivano dalla formazione stellare.

In questo modo si “gonfiano” fino a raggiungere le dimensioni di Nettuno e si trasformano quindi in pianeti gassosi.

Come opera il telescopio Kepler

In orbita dal 2009 è in grado di rilevare le debolissime variazioni di luminosità delle stelle che avvengono quando un pianeta le transita davanti.

Non osserva quindi direttamente l’esopianeta, ma misura il tempo che intercorre tra due transiti: da questa si ricava il periodo orbitale e la distanza del pianeta dalla stella madre tramite la terza legge di Keplero, l’astronomo del 1600 che per primo ha formulato le leggi sul moto planetario e dai cui il telescopio ha preso il nome.

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