Scienza

Scott e Amundsen: il bilancio finale

Amundsen fu superiore a Scott nella preparazione e nell'abilità di marciare in condizioni estrema. Ma l'impresa di Scott non fu un fallimento per la sua eredità culturale.

La prima edizione della 'Scott's last expedition' pubblicata da Smith Elder nel 1913

La storia delle imprese di Scott e Amundsen rappresenta una metafora in cui possono essere letti e studiati i meccanismi della ricerca umana del successo. Molti degli elementi che hanno avuto un ruolo nel determinare gli eventi favorevoli o sfavorevoli delle due spedizioni sono in gioco nella lotta che ognuno di noi è chiamato a compiere, in differenti contesti sociali e culturali, per raggiungere  i propri obiettivi o tener fede ai propri ideali.

Se ci si attiene strettamente alla corsa verso il Polo, e la si giudica come tale, è difficile sottovalutare l’impresa di Amundsen. La sua marcia è iniziata 11 giorni prima di Scott e si è conclusa al Polo dopo 57 giorni, con un vantaggio di 34 giorni su Scott. Quest’ultimo ha invece impiegato 78 giorni avendo solo 111 chilometri in più da coprire nel suo tragitto.

Facendo una media, Amundsen avanzava a più di 23 chilometri al giorno contro i quasi 17 di Scott. Il ritorno al Polo, se anche dovesse essere messo nel conto, non farebbe che confermare la netta predominanza di Amundsen. Finché scrisse il suo diario, Scott procedette a una media di quasi 18 chilometri al giorno contro i 36 di Amundsen che letteralmente fuggì a tappe accelerate dal punto del sud estremo.

Il tempo fu più clemente con Scott che con Amundsen. Il primo marciò mediamente a una temperatura di -18,2 gradi centigradi, il secondo con una temperatura di -21,8 gradi centigradi. In 139 giorni di viaggio, Scott ebbe sei giorni di vento molto forte e 108 belle giornate su un totale di 139 giorni contro i 15 giorni di vento e le 58 belle giornate di Amundsen su un totale di 99 giorni. Il carattere aiutò di più Amundsen: per lui i ghiribizzi del tempo erano nelle cose; non si aspettava mai niente di meglio.

Tuttavia, se si guarda all’eredità culturale delle due spedizioni bisogna concludere che l’impresa di Scott è stata tutt’altro che un fallimento.

Le varie escursioni collaterali degli inglesi alla ricerca di fossili e altri reperti di estremo interesse per la ricerca mostrano chiaramente che le ambizioni e gli obiettivi dei due esploratori erano dissimili. In questo senso le loro imprese non possono essere ridotte a una gara per il raggiungimento di un punto geografico. Nonostante la sconfitta, la spedizione inglese ha ottenuto risultati che ci hanno fatto fare passi avanti nella comprensione della geologia e della vita sulla Terra. Una di queste è la scoperta dei fossili di un’antica pianta estinta, la Glossopteris . La sua presenza anche in Antartide, oltre che in tutti gli altri continenti, è la prova che circa 200 milioni di anni fa questi ultimi erano tutti uniti in un super-continente chiamato Gondwana .

Scott e i suoi compagni, solo a un mese dalla loro morte, in condizioni estremamente difficili, non smisero mai di cercare prove scientifiche delle teorie in quel momento in discussione. Soprattutto, nemmeno nei peggiori momenti della loro marcia smisero di meravigliarsi delle loro scoperte. In un pomeriggio a poco più di un mese prima della loro morte, gli inglesi trovarono fossili di piante, impronte sulla pietra della struttura cellulare di fusti e di piccole onde sulla sabbia, puro quarzo bianco. Nonostante fosse allo stremo, commentando la gioia di quelle scoperte Scott scrisse: «Tutto sommato è stato un pomeriggio interessantissimo, e il sollievo che il vento sia cessato è inesprimibile».

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