Salute

Vitamina D: poca fa male, troppa fa peggio

Uno studio americano smentisce quello che la ricerca suggeriva da tempo: in chi non ha particolari carenze non ha senso l'uso di integratori di vitamina D

Tintarella (Credit: Gareth Cattermole/Getty Images)

Per la salute delle ossa, in assenza di particolari carenze, meglio esporsi al sole, con le adeguate protezioni, che prendere integratori di vitamina D. La chiamano la vitamina del sole perché è proprio l'esposizione ai raggi solari che consente al nostro organismo di produrla. Questo è praticamente l'unico modo per assicurarsene le giuste dosi dal momento che si trova naturalmente in pochissimi alimenti. Certo, ci sono gli integratori, e nel recente passato la ricerca scientifica ne ha caldeggiato l'uso, sostenendo che un deficit di vitamina D fosse più pericoloso di un suo eventuale sovradosaggio. Ma ora cominciano ad alzarsi dagli istituti di ricerca voci contrarie a questa posizione.

Un nuovo studio del Johns Hopkins Medicine, ospedale universitario americano di fama mondiale, rivela che a livelli superiori a quello considerato ottimale non corrispondono maggiori benefici. Questa scoperta, unita ai risultati di un precedente studio dello stesso team dal quale erano emersi addirittura potenziali danni causati da livelli troppo alti di vitamina D nel sangue di persone sane, spingono a considerare la necessità di una maggiore cautela nella prescrizione e nel consumo di integratori in persone che non hanno particolari deficit di questa vitamina.

La vitamina D è importante perché aiuta a fissare il calcio nelle ossa, ma deve la sua popolarità anche al fatto che in passato era stato dimostrato il suo ruolo protettivo dal rischio cardiovascolare. Una supplementazione tramite integratori può essere indicata per le persone a maggior rischio di osteoporosi come gli anziani e le donne dopo la menopausa, e per chi soffre di malattie renali. Si tratta di gruppi specifici che possono trarre reali benefici da livelli più alti della vitamina per la salute delle ossa. Per tutti gli altri pare proprio che invece integrare non abbia senso.

Su un campione di 10.000 persone che hanno partecipato all'americano National Health and Nutrition Examination Survey tra il 2011 e il 2004, i cui dati sono stati incrociati con quelli sulla mortalità del National Health Index, è emerso che un tasso pari a 21 nanogrammi di vitamina D per millilitro di sangue dimezza il rischio di morte per tutte le cause, ma con particolare attenzione a quelle per malattie cardiovascolari. Sopra questo livello però l'effetto protettivo della vitamina del sole svanisce.

Una ricerca pubblicata dagli stessi autori (Muhammad Amer e Rehan Qayyum) sull'American Journal of Cardiology nel gennaio del 2012 aveva già dimostrato che livelli crescenti di vitamina D nel sangue sono associati a più bassi livelli di un marker per l'infiammazione cardiovascolare (CRP). Ma sopra i 21 nanogrammi al millilitro, il CRP comincia a salire e questa non è una buona notizia, perché il marker è legato all'indurimento dei vasi sanguigni e a un aumentato rischio di problemi cardiovascolari.

Le conclusioni dei ricercatori: "Per la maggior parte delle persone sane è improbabile che un'integrazione di vitamina D possa prevenire malattie cardiovascolari o allungare loro la vita". Se si sospetta una carenza, quindi, meglio comunque fare gli esami del sangue prima di correre in farmacia. Tra l'altro, chiosa Amer, "non esiste una quantità certa di integratore che possa portare il livello di vitamina D nel sangue a 21 ng/ml". 

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