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Salute

Troppa vitamina D aumenta il rischio di mortalità

Uno studio danese alza il velo sui pericoli legati all'assunzione eccessiva: aumentano ictus e infarti

Le vitamine fanno bene, lasciateci almeno quest'unica certezza, vi prego. Non potrò mai mangiare abbastanza arance, kiwi e broccoli, non ci sarà mai una dose letale di qualcosa che è essenziale per l'organismo e di cui tutti i giorni ci viene detto di evitare una carenza. In America si torna a parlare di scorbuto, un pericolo in agguato per una fetta non piccola della popolazione, che evidentemente assume talmente poca vitamina C da rischiare di fare la fine dei marinai che nel Seicento circumnavigavano il globo con il solo sostegno di gallette rancide e rum. E che dire della vitamina D? Quando i suoi livelli scarseggiano aumentano i rischi per la salute: non solo di osteoporosi, visto che la D è la vitamina delle ossa, ma anche di mortalità per tutte le cause. Ora però uno studio danese, pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, suggerisce che anche un eccesso di questa vitamina può accelerare la morte.

Aumentano ictus e infarto

"Abbiamo esaminato i livelli di vitamina D in 247.574 danesi", racconta Peter Schwarz, professore presso il Dipartimento di Medicina Clinica dell'Università di Copenaghen. Si tratta della "più grande base di studio al mondo mai considerata per questo tipo di ricerca. Abbiamo anche analizzato il loro tasso di mortalità nel corso di un periodo di sette anni dopo il prelievo del campione di sangue iniziale, e in quel lasso tempo erano morti 16.645 pazienti. Infine, abbiamo preso in considerazione il collegamento tra la morte e i livelli di vitamina D.

I risultati confermano l'esistenza di una correlazione tra livelli troppo bassi di vitamina D e tasso di mortalità, ma il livello di vitamina D può anche essere troppo elevato e quando si supera una certa soglia la mortalità torna a salire. "Se il livello di vitamina D è inferiore a 50 o superiore a 100 nanomoli per litro, vi è una maggiore mortalità. Abbiamo esaminato ciò che ha causato la morte dei pazienti, e quando i numeri sono al di sopra di 100, sembra che ci sia un aumento del rischio di mortalità per colpa di ictus o infarto. In altre parole, i livelli di vitamina D non devono essere troppo bassi, ma nemmeno troppo elevati". L'ideale sarebbe restare tra 50 e 100 nanomoli per litro, lo studio danese indica in 70 "il livello preferibile".

Integrare? Molto spesso non serve

In Italia il mercato degli integratori alimentari valeva a metà 2014 oltre 2 miliardi di euro, una fetta non trascurabile dei quali derivano dalle vendite di integratori di vitamine. La ricerca ha più volte dimostrato che seguire un dieta equilibrata e avere uno stile di vita sano assicurano benefici per la salute difficilmente sostituibili dalla semplice assunzione di integratori. Ora si scopre che prendere troppe vitamine può avere anche conseguenze negative.

"Questi risultati sono molto importanti, perché c'è tanta attenzione intorno alla necessità di assumere vitamina D", commenta Schwarz. "Dovremmo usare queste informazioni per chiederci se ha senso continuare ad assumere vitamine e integratori alimentari come se fossero caramelle. Non basta aumentarne la dose per sentirsi meglio. Dovremmo consumare queste vitamine solo dopo aver consultato il nostro medico".

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In merito a quanto pubblicato in questo articolo, riceviamo e publichiamo:

Con riferimento alla notizia “Troppa vitamina D aumenta la mortalità” riportata da Panorama.it e relativa allo studio pubblicato su “the Journal of Endocrinology and Metabolism” su 250.000 danesi secondo cui  un eccessivo livello di assunzione di vitamina D sarebbe associato un aumento della mortalità dovuta a malattie cardiovascolari, AIIPA (Associazione Italiana Industrie Prodotti Alimentari) – Area Integratori Alimentari, in collaborazione con il Professor Giovanni Scapagnini, biochimico clinico e docente presso l’Università del Molise, desidera precisare quanto segue:
 
·         Il dato relativo all’associazione tra eccessiva assunzione e aumentato rischio cardiovascolare, pur interessante, va comunque interpretato con riserva: infatti in Europa, la maggioranza della popolazione è affetta da carenza di vitamina D (Vitamin D: An overview of vitamin D status and intake in Europe, Nutrition bulletin 2014), e questo vale soprattutto per alcune categorie, come gli anziani.
 
·         Anche nel lavoro danese il numero assoluto dei soggetti che presentava livelli plasmatici alti di Vitamina D è decisamente esiguo rispetto a quello con livelli bassi o medi, e quindi lascia dei dubbi sul reale peso statistico.
 
·         Lo studio inoltre si riferisce solo ad abitanti della Danimarca. Numerosi studi precedenti condotti su un numero maggiore di persone distribuite in varie aree geografiche, non hanno mai evidenziato un rischio di mortalità associato a livelli elevati di vitamina D.
 
·         In particolare, un lavoro pubblicato pochi mesi fa sul British Medical Journal, condotto dalle università di Cambridge e Oxford, su circa 850.000 persone, ha dimostrato che bassi livelli di vitamina D sono fortemente associati a varie cause di morte, senza evidenziare aumento di mortalità associata ad alti livelli plasmatici (Vitamin D and risk of cause specific death: systematic review and meta-analysis of observational cohort and randomised intervention studies. BMJ 2014). Anzi, lo stesso studio, ha dimostrato che una supplementazione quotidiana con Vitamina D3 riduce dell’11% il rischio di mortalità, inclusa quella da cause cardiovascolari.
 
·         E’ ampiamente confermato che un adeguato livello di vitamina D nell’organismo gioca un ruolo chiave nella salute del sistema osteoarticolare; recentemente però centinaia di studi hanno messo in evidenza che una deficienza di vitamina D è correlata all’aumentato rischio di numerose malattie non trasmissibili, dal cancro alle patologie cardiovascolari.


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