Questo sito contribuisce alla audience di TGCOM24
Salute

Suicidio: prevenire si può. Disoccupazione primo indiziato

Si celebra il 10 settembre la 10° Giornata Mondiale di Prevenzione del suicidio. In Italia si registrano 4.000 morti l'anno, tra i fattori scatenanti c'è la disoccupazione. Panorama.it ha intervistato Maurizio Pompili, psichiatra responsabile del Servizio per la Prevenzione del Suicidio dell'Azienda Ospedaliera Sant'Andrea, Sapienza Università di Roma

depression

Credit: http://www.flickr.com/photos/richo-fan

L'Organizzazione Mondiale della Sanità stima che ogni anno nel mondo muoiano di propria volontà 1 milione di persone, un tasso di mortalità per suicidio di 14,5 su 100.000 abitanti. In pratica nel mondo si registrano due suicidi al minuto e in molti paesi industrializzati questa arriva a essere la seconda o terza causa di morte tra gli adolescenti e i giovani adulti.

In Italia si contano circa 4.000 suicidi l’anno. Sono morti prevenibili, ma per farlo serve una rete di sostegno fromata da persone volenterose competenti. L'obiettivo della 10° Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio, che si celebra il 10 settembre, è proprio quello di sensibilizzare opinione pubblica e istituzioni sulla possibilità di aiutare coloro che hanno raggiunto quello stadio di disperazione che precede il gesto estremo. Panorama.it ne ha parlato con il professor Maurizio Pompili, rappresentante italiano dell'Internazional Association for Suicide Prevention e organizzatore dell'evento italiano, una tavola rotonda che si terrà presso la Camera dei Deputati.

Cosa andrebbe fatto a livello istituzionale per prevenire il suicidio?

Il golden standard sarebbe la creazione di una rete di servizi, persone, istituzioni sensibili al problema. Manca ancora in Italia una cultura ad hoc sulla prevenzione del suicidio; spesso i professionisti della salute mentale riducono il fenomeno a un sintomo psichiatrico. Magari danno una terapia, un farmaco, mettono al sicuro il paziente ricoverandolo, aumentano le dosi di sedativo. Invece serve una comprensione del dramma che la persona sta vivendo, bisogna educare tutti a essere empatici e risuonare sulle stesse lunghezze d'onda dei soggetti che provano un dolore estremo e insormontabile, che sentono senza via d'uscita. Aiutati efficacemente è ovvio che gli aspiranti suicidi scelgono di vivere.

Qual è l'aiuto concreto che si può dare?

Mantenere la calma e fare domande che possono sembrare banali ma sono molto efficaci: Cosa c'è che non va? Cosa ti fa soffrire? Come posso aiutarti? Parliamo della tua sofferenza che vedi insormontabile, voglio comprenderla. La persona parlando del suo dramma si trova di fronte un interlocutore sensibile, capace di centrare il problema, che non si spaventa, non banalizza né ridicolizza l'affermazione "voglio morire" e questo è di grande aiuto.

La sensazione che più fortemente spinge al gesto è quella di fallimento?

Sì. Vergogna, fallimenti, sconfitte, fanno soffrire tutti noi, ma nei soggetti in crisi la sofferenza ha superato la soglia di sopportabilità, lede la stabilità dell'individuo e gli impedisce di vedere un futuro. Se qualcuno gli può dare un approdo a un porto sicuro, quella persona si sente supportata. Se si riesce a riconoscere la sofferenza, il dolore mentale insopportabile, offrendosi di aiutare ad allevarlo, anche di poco, la persona sceglie di vivere perché è messa in grado di vedere altre opzioni.

Quali sono i principali fattori di rischio?

A un congresso internazionale sulla prevenzione del suicidio al quale ho appena partecipato a Tel Aviv si sono discusse moltissime variabili, ma in una delle relazioni più importanti si è ribadito il risultato di un importante studio inglese in base al quale l'elemento centrale è la disoccupazione. Lo studio citato risale a qualche anno fa, periodo pre-crisi, quindi in tempi "non sospetti". Il fatto è che la disoccupazione è una delle grandi sconfitte della vita, una perdita paragonabile a quella di una persona cara. Le problematiche di vita sono quelle più importanti, mentre quelle psichiatriche sono fattori contribuenti ma non necessari. Spesso la decisione del suicidio è maturata in seguito a situazioni dolorose che perdurano per periodi anche molto lunghi.

Come si può non accorgersi che una persona cara sta facendo questi pensieri?

Spesso conosciamo la persona solo sotto un certo aspetto, ma ci sfugge l'intera personalità. Noi conosciamo solo quello che è il palcoscenico ma ci manca il dietro le quinte, dove si svolge il dialogo interiore che l'individuo fa con se stesso. In molti casi comunque c'è un lavoro di preparazione. All'incontro del 10 settembre porterò l'esperienza di un mio paziente che mi ha raccontato che da settembre aveva programmato di voler morire a dicembre e aveva fatto una sorta di testamento durato mesi: aveva fatto visita ai parenti, intestato la casa ai nipoti e così via.  Fin dagli anni Cinquanta quando fu fondata l'autopsia psicologica,metodo per far luce sullo stato mentale del soggetto prima di suicidarsi, andando a intervista i familiari e i medici della vittima si vedeva che la persona aveva lasciato una serie di segnali non colti.

Spesso si parla dell'adolescenza come fascia di età ad alto rischio. Cosa c'è di vero?

Negli ultimi 10 anni abbiamo assistito a un aumento preoccupante dei suicidi tra giovani e giovanissimi, Ora si registra una lieve diminuzione, che però non deve farci abbassare la guardia. Negli ultimi 40 anni il suicidio, che nella fascia di età tra i 10 e i 17 anni è un fenomeno marginale, non accenna a diminuire, a differenza di altre cause di mortalità, che fanno molte più vittime, come gli incidenti stradali. L'introduzione dell'obbligatorietà del casco e delle cinture di sicurezza hanno fatto registrare una netta diminuzione delle morti in questa fascia di età, per la prevenzione del suicidio non è stato fatto niente di paragonabile.

Laddove si fa, la prevenzione funziona?

I paesi anglosassoni sono quelli maggiormente all'avanguardia: Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda e anche Hong Kong. Dove si fa prevenzione c'è una diminuzione dei tassi di suicidio. I sistemi vanno messi a punto in maniera mirata. A Hong Kong, per esempio, molti si suicidano inalando i vapori del carbone da barbecue. Allora si è deciso di metterlo sotto chiave nei supermercati, rendendo necessario a chi voleva comprarlo di rivolgersi a un commesso. C'è stata una riduzione del numero di suicidi con questo metodo, non sostituito da altri metodi. Qualcosa di simile è avvenuto negli Usa con il paracetamolo, che era venduto in bottigliette di vetro colme di pastiglie. Prese in gran quantità tutte insieme hanno un effetto altamente tossico, così l'introduzione del blister, come si usa da noi, ha fatto diminuire i casi di suicidio con paracetamolo, che anche in questo caso non è stato sostituito da altri metodi.

Qual è la situazione italiana?

In Italia si registrano circa 4.000 suicidi l'anno, il rapporto tra uomini e donne è di 3 a 1. Quanto alle tendenze, i dati più recenti sono quelli riferiti al biennio 2008-2009 e ci dicono che rispetto al biennio precedente si è registrato un moderato incremento generale della mortalità per suicidio. Ma mentre sia tra gli uomini sia tra le donne si è verificata un riduzione del fenomeno nelle classi di età estreme (anziani e giovani, n.d.r.), tra gli uomini nelle fasce centrali tra i 25 e i 69 anni, c'è stato un aumento del 10%. Questo probabilmente conferma che la classe lavoratrice maschile è quella in maggior sofferenza.

© Riproduzione Riservata

Commenti

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>