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Salute

Sport: praticare il football americano può causare gravi danni al cervello

Un recente studio mostra che ex giocatori sviluppano encefalopatia traumatica cronica, disturbo simile all’Alzheimer

Dopo la scoperta che l’eccesso di attività fisica può far invecchiare precocemente le cellule del nostro corpo, anche quelle cerebrali, arriva un’altra notizia sugli effetti negativi sull’encefalo provocati dagli sport da contatto, in particolare il football americano.

Lo afferma la prestigiosa rivista scientifica Jama in un articolo dove sono esposti i risultati di uno studio anatomopatologico condotto alla Boston University School of Medicine sui cervelli di 202 ex giocatori deceduti, professionisti e non.

L’indagine ha mostrato che la stragrande maggioranza degli atleti soffriva di encefalopatia traumatica cronica (CTE), malattia che comporta perdita di memoria, demenza precoce, disturbi dell’umore e altri sintomi neurologici simili all’Alzheimer.

I danni cerebrali causati da ripetuti colpi alla testa

“Da tempo si sospetta che i traumi cranici possano avere conseguenze successive sull’aspetto cognitivo e comportamentale” dice a Panorama.it la dottoressa Marta Altieri, neurologo presso il dipartimento di Scienze Neurologiche alla Sapienza Università di Roma.

“L’encefalopatia traumatica cronica è una nuova classificazione di quella che era la vecchia demenza pugilistica: il lavoro è però particolarmente innovativo, perché i ricercatori fanno una distinzione molto raffinata sulla localizzazione a livello anatomico dei depositi di proteina tau, la stessa che compare nei malati di Alzheimer”.

Insomma, prendere ripetuti colpi alla testa praticando sport aumenta il livello di questa proteina, legata ai disturbi cognitivi: “molti scienziati ritengono che i traumi cranici aumentino il rischio di CTE, portando alla progressiva perdita di materia cerebrale normale e a un aumento anormale di produzione di proteina tau” sostiene la dottoressa Ann McKee, dell’Università di Boston e prima firmataria dell’articolo.

Numeri schiaccianti

Già nel 2015 il film Zona d’ombra, con Will Smith, raccontava la storia della scoperta del legame tra demenza precoce e contusioni al cranio proprio nei giocatori della NFL, la “serie A” del football americano.

Ora, però, i dati emersi dallo studio pubblicato su Jama non lasciano più dubbi: la CTE è stata diagnosticata in 110 su 111 ex atleti della NFL e in sette su otto della lega canadese. Tradotto in percentuale significa il 99% dei casi.

Ma anche il cervello di 48 giocatori militanti in squadre di college (su 53 analizzati) mostrava i segni anatomici dei danni da CTE, così come quello di 9 su 14 semi professionisti, mentre solo tre su quattordici è il rapporto trovato in ragazzi che avevano giocato solamente alle superiori e poi deceduti precocemente.

“È una statistica drammatica” commenta Marta Altieri, ma “indica che più a lungo si gioca, e quindi si è sottoposti a urti e traumi, maggiore è la probabilità che si sviluppi la CTE”.

I sintomi della CTE

Ma cosa comporta questa patologia neurologica? “Da un punto di vista clinico, grazie a questo studio, gli scienziati hanno individuato due sindromi: una dove sono evidenti i tipici sintomi da Alzheimer, anche se i soggetti erano deceduti prima dei 70 anni; l’altra, che compare nei più giovani, si manifesta anche con disturbi cognitivi e comportamentali: variazioni dell’umore, irritabilità, spingersi verso l’abuso di sostanze stupefacenti o alcol”.

Non solo sportivi: perché lo studio è importante

“Attualmente per la CTE non esiste una cura e la diagnosi certa si può fare solo dopo l’autopsia, individuando le lesioni nel cervello” spiega la neurologa.

“Infatti tutti i gli individui esaminati avevano dato il loro consenso, da vivi, per espiantare il proprio encefalo e depositarlo nella brain bank da dove gli studiosi hanno attinto gli organi per la loro indagine”.

“Lo studio però è molto interessante perché va a investigare proprio il processo di neuro degenerazione dovuta ai traumi cranici continuativi, che non è prerogativa solo degli sportivi: compare anche nei militari, soprattutto reduci, e nelle vittime di violenza domestica”.

Si può così traslare ad altre categorie, oltre a quella degli atleti, la ricerca delle cause di problemi di aspetto psicologico o da demenza: “poterle individuare prima, in vita, è la strada per diagnosi precoce dell’Alzheimer, che ora si fa solo con puntura lombare, aspirando liquido cefalorachidiano e cercando tracce di proteina beta amiloide (quella di cui sono fatte le placche che compaiono nella malattia), proteina tau ed enzimi”.

“Si tanno sviluppando mezzi più semplici per individuare biomarker della malattia, come la ricerca di enzimi nel sangue o addirittura nella saliva”.

E per quanto riguarda la prevenzione per i giocatori di football? “La casistica dello studio parte da anni addietro, quando i caschi forse non erano adeguati; adesso questa ricerca spingerà allo sviluppo di protezioni per la testa ancora più sofisticate”.


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