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Salute

Sclerosi multipla: un batterio intestinale potrebbe curarla

Si chiama Prevotella histicola e si è mostrato efficace nel combattere la malattia nei topi. Forse in futuro ci cureremo con i nostri stessi microbi?

Per curare la sclerosi multipla, malattia che si stima colpisca oltre due milioni di persone nel mondo, circa 70mila in Italia dove si registrano 1.800 nuovi casi ogni anno, potrebbe avere un ruolo cruciale un batterio intestinale trovato comunemente nel microbioma umano. L'annuncio importante arriva dai ricercatori della Mayo Clinic che, insieme ai colleghi dell'Università dell'Iowa, hanno individuato il batterio in questione, lo hanno messo alla prova sui topi e hanno raccontato i loro risultati in un articolo appena pubblicato su Cell Reports.

Dal cervello all'intestino e ritorno

La sclerosi multipla è una delle più diffuse malattie che colpiscono il sistema nervoso centrale. E' causata dalla degenerazione di una membrana, la guaina mielinica, che avvolge gli assoni delle cellule nervose. La demielinizzazione toglie ai nervi la capacità di trasmettere impulsi, il che si traduce nei sintomi ben noti della malattia: perdita temporanea della vista, disturbi dell'equilibrio e della coordinazione, spasmi muscolari, parestesie, dolori, fatica, disturbi della parola e così via. Si tratta di una malattia progressiva e autoimmune, dovuta cioè a una reazione anomala del sistema immunitario che attacca l'organismo.

Nell'intestino umano trovano posto un gran numero di microrganismi che supportano varie funzioni fisiologiche. Una perturbazione nel microbioma in persone sane potrebbe portare allo sviluppo di malattie infiammatorie, come la sclerosi multipla. Pertanto, i batteri intestinali possono fornire promettenti opzioni terapeutiche per il trattamento di questa e di altre malattie, spiegano gli autori.

Mancano però dati che mostrino come un batterio possa apportare dei vantaggi contro una malattia al di fuori dell'intestino. Li forniscono gli autori che hanno sperimentato l'impiego di campioni microbici prelevati dall'intestino umano su modelli animali di sclerosi multipla. Da tre ceppi batterici hanno ristretto il campo a un singolo batterio, Prevotella histicola, che si è dimostrato in grado di stroncare efficacemente la malattia autoimmune in questo modello preclinico della sclerosi multipla.

Il ruolo dei batteri

"Se possiamo usare i microbi che sono già nel corpo umano per curare malattie al di là dell'intestino stesso", spiega soddisfatto Joseph Murray, gastroenterologo della Mayo Clinic e autore anziano dello studio, "possiamo trovarci in una nuova era della medicina. Stiamo parlando di batteri come farmaci". E per definire questo nuovo approccio, a metà strada tra bug (microbo) e drug (farmaco) Murray ha già coniato l'espressione brug.

Somministrando P. histicola, coltivata nell'intestino umano, all'intestino dei topi, i ricercatori hanno osservato una diminuzione di due tipi di cellule pro-infiammatorie e l'aumento di famiglie di cellule che hanno invece il ruolo di combattere le malattie, i linfociti T, le cellule dendritiche e un tipo di macrogafo, una delle cosiddette cellule spazzino.

Non solo sclerosi multipla

"Recenti studi microbiologici sulla sclerosi multipla hanno mostrato la mancanza dei batteri Privotella nei pazienti con la malattia e un suo aumento quando i pazienti sono stati trattati con farmaci che modificano la malattia", ricorda Ashutosh Mangalam, docente di patologia presso l'Università del'Iowa e primo autore del lavoro. "E questo non vale solo per la sclerosi multipla, ma può avere un effetto modulante anche su altre malattie del sistema nervoso e su altre malattie autoimmuni".

Murray per esempio studia da anni la celiachia, altra malattia autoimmune assai diffusa per la quale al momento non esiste cura se non la dieta che esclude completamente il glutine, la proteina contenuta in alcuni cereali che causa una reazione del sistema immunitario nei malati e ne danneggia le pareti intestinali. "Siamo molto emozionati", dichiara Murray, "non solo per questo particolare studio ma per l'idea di poter usare batteri umani per curare malattie, e non solo quelle pertinenti all'apparato digerente".

Joseph Murray spiega il significato della ricerca

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