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Salute

Sclerosi multipla e staminali: Italia già avanti

Parla Giovanni Mancardi dell'Università di Genova, autore di uno studio appena pubblicato su Neurology

La notizia dei sorprendenti risultati di uno studio inglese che ha curato pazienti affetti da sclerosi multipla con un trapianto di cellule staminali del sangue, non ha sopreso per niente Giovanni Mancardi, dell'Università degli Studi di Genova, presidente del prossimo Congresso della Società italiana di Neurologia, autore, insieme a Riccardo Saccardi dell’Azienda Universitaria-Ospedaliera Careggi di Firenze, di uno studio appena pubblicato sulla rivista Neurology. "Sono 15-20 anni che si lavora con questa tecnica di trapianto autologo nelle malattie autoimmuni", dice. "Si distrugge il sistema immune che non funziona con la chemioterapia e lo si ricostituisce trapiantando cellule staminali ematopoietiche prelevate dal paziente stesso".

"Trattandosi di un trapianto autologo", spiega Mancardi "ci sono meno rischi da un lato, ma dall'altro è probabile che la malattia non sia eradicata totalmente". Ma avete riscontranto anche voi i miglioramenti che i colleghi inglesi hanno definito "miracolosi"? "Il nostro studio ha risultati attendibili in maniera certa, perché è uno studio randomizzato nel quale metà dei pazienti selezionati in modo casuale seguivano le terapie classiche e l'altra metà quella con il trapianto di staminali. Ma il nostro lavoro non era focalizzato sulla clinica bensì sulla risonanza magnetica, cioè su quello che con questo esame si può rilevare circa la progressione della malattia".

"Non posiamo dire che gente che è in carrozzella da 10 anni può tornare a camminare", avverte Mancardi. "Quello con le staminali resta comunque un approccio molto efficace, e questo lo si sa già da molto tempo, nelle forme più gravi e che evolvono rapidamente. Può darsi che un paziente che è in sedia a rotelle da sei mesi se risponde bene alla terapia possa recuperare rapidamente fino a camminare".

Gli scienziati inglesi avvertivano che questa terapia, dovendo annientare il sistema immunitario prima di ricostruirlo, non è adatta a tutti, ma soltanto a persone con una forma fisica che li metta in grado di reggere lo shock. Spiega Mancardi: "Parliamo di una terapia per persone con una forma molto grave della malattia. La terapia ha un rischio di mortalità pari al 3-5%, quindi non la si può fare a tutti. Solo a quelli con queste forme rapidamente evolutive che non rispondono ai farmaci tradizionali". Di quanti malati stiamo parlando? "Circa il 5-10% della popolazione. In Italia i malati sono 60.000 quindi tra le 3.000 e le 6.000 persone".

I risultati migliori che si sono ottenuti in 15 anni di sperimentazione sui 9 pazienti che nell'ambito dello studio sono stati sottoposti alla terapia? "Dalla risonanza magnetica nella maggior parte dei casi non risultano più aree di infiammazione: dopo 2-4 anni non c'è attività di malattia". In pratica la terapia ha ridotto l'attività della malattia in maniera molto più significativa di quanto non abbia fatto il trattamento con mitoxantrone, somministrato agli altri 12 partecipanti. Chi ha ricevuto il trapianto di cellule staminali presentava l'80% in meno di nuove lesioni cerebrali, chiamate lesioni T2, rispetto ai pazienti che hanno ricevuto mitoxantrone.

Visto che lo studio italiano è di fase 2, che cosa prevede la fase 3? "La fase successiva dovrà per forza coinvolgere anche l'Europa e gli Stati Uniti, occorrono una popolazione più ampia e un end point clinico: la mancata progressione di malattia. Questo comporta difficoltà organizzative non banali". Intanto però a Genova e Firenze sono un centinaio i pazienti già curati con la terapia con le staminali ematopoietiche, i cui uso è stato approvato dal comitato etico interno ai rispettivi ospedali universitari.

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