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Salute

Lo scienziato con il Dna "alieno" in cerca dell'elisir di lunga vita

Il microbiologo americano Hanley fa da cavia in un esperimento che suscita molti dubbi etici, a base dell'ormone della crescita

Dallo scorso mese di giugno lo scienziato americano Brian Hanley convive con una parte di Dna "alieno", ossia estraneo al suo organismo, per portare a termine un esperimento in prima persona.

Il microbiologo sessantenne americano studia da anni una terapia anti età, un modo per rallentare l'invecchiamento e coadiuvare la cura di alcune malattie come l'Aids. Lo racconta un articolo online di Technology Review, la rivista del Massachusset Institute of Technology.

L'ormone della crescita

Hanley studia da molto tempo l'efetto del GHRH (Growth Hormone Releasing Hormone), ormone che stimola il rilascio dell'ormone della crescita Somatotropina. Dal momento che nessuna grande industria farmaceutica era disposta a investire e scommettere sulla sua iea, si è fatto iniettare una struttura con le informazioni genetiche per produrlo. Poi si è fatto somministrare una forte scossa elettrica sul muscolo, per permettere l'assorbimento del nuovo Dna. La corrente elettrica ha consentito al nuovo Dna di passare all'interno delle cellule.

La discussione nella comunità scientifica

"Volevo provare" ha spiegato Hanley. "L'ho fatto per me e l'ho fatto per il progresso". La prima volta che Hanley si era fatto iniettare il Dna dell'ormone della crescita è stata nel 2015, poi di nuovo lo scorso anno. Ora il microbiologo è al centro di una importante discussione nella comunità scientifica internazionale. C'è chi critica aspramente il suo esperimento, avanzando dei dubbi etici sulle porte che potrebbero aprirsi con la manipolazione senza regole del Dna. Ma c'è anche chi è interessato al suo esperimento e ne segue gli sviluppi: l'università di Harvard lo sottopone a controlli periodici del sangue per monitorare gli eventi.

Alla ricerca di finanziamenti

Nel frattempo Hanley, molto orgoglioso del suo coraggio, spera solo di aver richiamato l'interesse di qualche grossa azienda disposta a scommettere sui suoi studi. E a stanziare quei fondi che potrebbero permettergli di proseguire una ricerca ai confini delle nostre capacità di immaginare il futuro della medicina.

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