Salute

Rischio demenza ridotto con i farmaci per la pressione

Uno studio svolto da ricercatori delle Hawaii rivela che chi assume beta-bloccanti ha un minor rischio di riportare al cervello i danni tipici dell'Alzheimer

Cuore

Il grido di allarme che arriva dai medici e dai pazienti di tutto il mondo è che occorrerebbe creare nuovi farmaci per curare malattie e disturbi finora ancora privi di una terapia efficace. C'è però una branca della medicina in continua espansione: è quella che si occupa di valutare l'uso off-label, cioè fuori prescrizione, dei farmaci già esistenti. Accade per esempio molto spesso in oncologia che un farmaco pensato per un particolare scopo riveli le sue vere potenzialità nell'impiego clinico per un altro disturbo.

L'ultimo caso eclatante riguarda i beta-bloccanti, una classe di farmaci usati per curare l'ipertensione, le aritmie cardiache e l'angina: secondo uno studio, che sarà presentato a 65° meeting annuale dell'American Academy of Neurology, abbasserebbero il rischio di sviluppare demenza nei pazienti che li usano.

La ricerca ha coinvolto 774 anziani nippo-americani maschi che avevano preso parte all'Honolulu-Asia Aging Study, uno studio sull'invecchiamento. Di questi, 610 soffrivano di pressione alta, oltre la metà di essi erano curati con farmaci contro l'ipertesione. Tra i pazienti trattati, circa il 15% aveva assunto solo un beta-bloccante, il 18% aveva preso sia un beta-bloccante sia altri farmaci, mentre gli altri erano stati trattati solo con altri farmaci.

Le autopsie svolte su coloro che sono morti nel corso dello studio hanno consentito di analizzare il loro cervello e hanno rivelato che se da un lato qualunque tipo di cura contro l'ipertensione era meglio che nessuna cura, coloro che erano stati curati solo con beta-bloccanti presentavano meno anomalie al cervello rispetto a chi non era stato curato o era stato trattato con altri farmaci per la pressione. A un livello intermedio si collocavano invece coloro che erano stati curati sia con beta-bloccanti sia con altri medicinali.

Ma di quali anomalie parliamo? Gli studiosi del Pacific Health Research and Education Institute di Honolulu descrivono due categorie di danni: quelli tipici dell'Alzheimer e un altro tipo di lesioni chiamate "microinfarti" e attribuite a minuscoli ictus subiti dal paziente e non riconosciuti né diagnosticati in vita. Chi aveva assunto beta-bloccanti, da soli o in associazione con altri farmaci, presentava inoltre un minor restringimento cerebrale, altro segno classico dell'Alzheimer.

E' noto che l'ipertensione può favorire l'insorgere della demenza senile; secondo i ricercatori l'uso di beta-bloccanti avrebbe invece l'effetto opposto e aiuterebbe quindi a ridurre i danni al cervello. Quello che ancora non è chiaro è se i beta-bloccanti agiscano semplicemente in contrasto all'ipertensione e ai danni da essa causati o se siano di per sé protettivi per la demenza. In ogni caso, visto che sia l'una sia l'altra malattia sono previste in costante aumento a causa dell'allungamento della vita media, è chiaro il ruolo potenzialmente molto positivo di questi farmaci se altri studi li confermeranno in grado di tenere a bada entrambe.

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