Salute

Ridurre le proteine nella dieta rallenta l'Alzheimer nei topi

Uno studio condotto da un team che comprende diversi studiosi italiani ha verificato un miglioramento nella memoria e un rallentamento dei sintomi. Resta da sperimentare l'efficacia sull'uomo

Credit: JUNG YEON-JE/AFP/Getty Images

Alternare a una dieta normale brevi periodi di restrizione proteica ha mostrato di avere un effetto di miglioramento sulla memoria dei topi con Alzheimer e di poter rallentare l'avanzamento della malattia. I topi con Alzheimer in stato avanzato sono stati sottoposti a una nuova dieta, a basso contenuto proteico, con la somministrazione di integratori di aminoacidi specifici, ogni due settimane per 4 mesi con risultati incoraggianti.

Le cavie mostravano un miglioramento delle capacità cognitive, rispetto al gruppo di controllo che non seguiva la stessa dieta, nei test di memoria svolti utilizzando un percorso in un labirinto. Ma non basta, i ricercatori della University of Southern California, guidati da Valter Longo, direttore del Longevity Institute alla USC Davis School of Gerontology, in collaborazione tra gli altri con Francesca Maialetti dell'Istituto Superiore di Sanità e Luigi Fontana, della Washington University a St. Louis, hanno anche notato che meno neuroni dei topi a dieta contenevano livelli fuori norma di una proteina danneggiata, chiamata "tau", che si accumula nel cervello dei pazienti con Alzheimer.

Le proteine assunte nella dieta sono il principale regolatore di un ormone della crescita conosciuto come IGF-1. Questo ormone aiuta il corpo a crescere nel corso della giovinezza, ma è anche associato a diverse malattie che si sviluppano nell'età matura sia nei topi sia nell'uomo. I prossimi studi di Longo proveranno a determinare se l'uomo reagisce in maniera simile ai topi a cicli di restrizione proteica, esaminando contemporaneamente gli effetti delle restrizioni dietetiche su cancro, diabete e malattie cardiache.

"Avevamo già dimostrato", racconta Longo, "che gli uomini carenti del recettore dell'ormone della crescita mostravano una ridotta incidenza di cancro e diabete. Anche se il nuovo studio è stato svolto sui topi, prospetta comunque la possibilità che un'assunzione minore di proteine e bassi livelli di IGF-1 possano anche proteggere dalla neurodegenerazione legata all'età".

Lo studio pubblicato online sulla rivista Aging Cell, ha evidenziato che la dieta con restrizione proteica riduce i livelli di IGF-1 in circolo nell'organismo di una proporzione compresa tra il 30 e il 70% e aumenta di 8 volte i livelli di una proteina che si lega a IGF-1 bloccandone gli effetti. Siccome la popolazione che invecchia crea l'esigenza di trovare soluzioni utilizzabili subito, esplorare un approccio dietetico consente un intervento molto più rapido rispetto alla messa a punto di farmaci specifici per manipolare l'ormone della crescita, che potrebbe richiedere anche 15 anni.

"Anche se solo dei trial clinici possono stabilire se una dieta povera di proteine è efficace e sicura anche sull'uomo con deficit cognitivo, un medico potrebbe leggere questo studio oggi e se il suo paziente non ha di fronte altre valide opzioni, potrebbe considerare di introdurre cicli di restrizione proteica nella sua dieta, tenendo ovviamente presente che interventi efficaci sui topi possono anche non tradursi in efficaci terapie sull'uomo", conclude Longo. Che insiste poi sulla necessità di monitorare i pazienti: alcuni potrebbero essere troppo deboli o sottopeso per sopportare la restrizione proteica, e occorre assicurarsi che non sviluppino pericolosi deficit di aminoacidi o altri effetti collaterali.

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