Salute

Tumore alla prostata, un nemico che si vince

Oggi le armi per combattere quetso cancro sono numerose ed efficaci, come spiega l'urologo Patrizio Rigatti

Un paziente durante una Tac

È un tumore che spaventa tutti gli uomini, dopo i 40-50 anni (prima non ci pensano granché). Ogni anno, in Italia, il cancro alla prostata colpisce circa 50 mila maschi, e i casi sono in aumento perché vengono fatte più diagnosi. In genere,  ricordano gli esperti, si tratta di un tumore poco aggressivo, con  una mortalità che si aggira sul 30 per cento.  Fondamentale, in ogni caso, è prenderlo per tempo e farsi controllare con esami mirati a partire dai 40 anni, come spiega Patrizio Rigatti, responsabile del Centro avanzato di urotecnologie e dell’Unità operativa di urologia all’Istituto auxologico italiano, a Milano.  

Ha suscitato scalpore, nei giorni scorsi, la notizia di un 53enne inglese che, risultato positivo a un test del Dna, si è fatto levare la prostrata prima ancora di avere un cancro.

Intanto, è bene precisare che non esiste  «il tumore» della prostrata, ma ne esistono diversi tipi. Vi è un tumore lento, non aggressivo, che in alcuni casi non viene mai diagnosticato oppure che, individuato, non richiede trattamenti particolari. Basta tenerlo sotto controllo. In passato studi anatomopatologi molto interessanti hanno mostrato come pazienti di oltre 80 anni morti per altri motivi avevano, in altissima percentuale, tumori alla prostrata che mai avevano dato segno.

Ma può essere invece aggressivo?

Sì, e allora è tutto un altro discorso. Il signore inglese cui hanno tolto la prostata aveva nel suo genoma una mutazione nel gene Brca1: si tratta di un’alterazione genetica che, tramite mancate riparazioni del Dna, porta a malattie tumorali in alcuni organi, tra cui la prostata..

Lo stesso gene di Angelina Jolie.

Sì, sono due geni, il Brca1 e Brca2, che 15 anni fa hanno iniziato a essere studiati prima nel seno, e poi nella prostrata. Si è visto che, se mutati, espongono a un rischio maggiore di cancro, non solo a mammella, ovaie e prostata, ma anche pancreas e cute, come nel caso del melanoma, seppure in misura minore..

I geni Brca1 e 2 danno origine a un tumore più «cattivo»?

Il tumore dovuto all’alterazione genetica si sviluppa più velocemente e dà origine più facilmente a metastasi, non solo alle ossa ma anche ai linfonodi. E la prognosi è spesso infausta. In questo caso, l’ipotesi di levare la prostata prima che il tumore compaia può avere senso.

Tutti gli uomini devono farsi leggere il Dna per verificare se hanno questa mutazione?

No, il test genetico va richiesto solo per coloro che hanno, in famiglia, diversi casi di tumore aggressivo della prostrata o del seno, ossia quando c’è una forte familiarità e si sospetta la presenza di uno di questi due geni. Non ha senso lo screening genetico di massa.

A un uomo senza casi di tumore familiare che vuole farsi controllare, cosa consiglia?

Direi che la cosa migliore è, quando si ha 35-40 anni, un test del Psa, che misura nel sangue l’antigene prostatico specifico. Questo ci consente di dividere la popolazione in due, chi ha il Psa mosso già a quell’età e chi no.

E se il proprio Psa è mosso?

In tal caso, se in più c’è familiarità per quel tipo di tumore, potrebbe essere utile il test che cerca la mutazione nei geni Brca1 e Brca2.

Ma il Psa è un test affidabile? Tra gli esperti ci sono dubbi e polemiche...

Il Psa dà un 50 per cento di attendibilità, quando il suo esito finisce in una zona grigia occorre fare accertamenti più approfonditi: per esempio Pca3 sulle urine, un test molecolare specifico per la diagnosi del tumore prostatico; o l’indice Phi sul sangue. Sono esami che, a differenza del Psa, non vengono rimborsati dalla mutua ma sono indispensabili per avvicinarsi a una diagnosi.

Quindi, se a 40 anni uno ha il Psa mosso va avanti negli accertamenti. E se tutti gli esami danno esito positivo? Significa la presenza di cancro?

Se tutti gli esami indicano il rischio di tumore si fa una biopsia prostatica ecoguidata. Dopo di che si può procedere con la risonanza magnetica 3 Tesla o con bobina endorettale che valuta l’eventuale estensione della malattia. La biopsia è un esame istologico che analizza l’aggressività del tumore, la risonanza stabilisce invece  quanto questo più o meno esteso.

A quel punto, che si fa?

A seconda dell’aggressività e dell’estensione del tumore, propongo soluzioni diverse. Se la malattia non è aggressiva e l’età è avanzata, consiglio una sorveglianza attiva e ripetuta nel tempo, a intervalli regolari. Se invece la malattia è presente anche in altre zone esterne alla prostata consiglio un approccio più incisivo, l’intervento chirurgico ed eventualmente , dopo l’operazione, anche la radioterapia e l’ormonoterapia.

Il tumore alla prostata è un nemico aggredibile, insomma.

Certo, abbiamo diverse armi da utilizzare: test per la diagnosi precoce, gli interventi chirurgici, magari guidati dal robot per avere maggiore precisione e accuratezza, e poi le terapie farmacologiche che inducono il blocco ormonale quando il tumore non è operabile o nelle eventuali ricomparse di malattia non trattabili diversamente . Grazie a tutto questo, la sopravvivenza dopo un tumore alla prostata è stimata a circa il 78 per cento.
 

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