Salute

Premiato Carlo Patrono, "papà" dell'aspirinetta

Il farmacologo italiano verrà insignito del Grand Prix Scientifique. Panorama.it gli ha chiesto di fare il punto di 30 anni di ricerca

L’aspirinetta ha un “papa” italiano, Carlo Patrono. Ora, per questa scoperta avvenuta quasi 30 anni fa, l’Institut de France Fondation Lefoulon Delalande gli assegna il premio più prestigioso al mondo per la ricerca cardiovascolare: il Grand Prix Scientifique 2013. La motivazione è “aver scoperto che l’aspirina a basse dosi, 75-100 mg, è in grado di prevenire infarto e ictus ischemico”.

Patrono, direttore dell’Istituto di farmacologia del Policlinico Gemelli - Università del Sacro Cuore di Roma, verrà premiato a Parigi il prossimo 5 giugno insieme a Garret FitzGerald dell'Università della Pennsylvania a Philadelphia, “al quale sono legato da un rapporto trentennale di competizione, collaborazione e profonda amicizia”, racconta il famacologo raggiunto da Panorama.it mentre si trova negli Stati Uniti per un convegno.

Intanto congratulazioni per il premio. Come ha avuto la notizia?

“Ero appena arrivato in Francia per un meeting sulle piastrine e i farmaci antipiastrinici, mi sono collegato alla webmail della Cattolica e ho trovato un’email dell’Institut de France che mi comunicava l’assegnazione del premio insieme a Garret FitzGerald. Gioia doppia per il prestigio del premio e per la condivisione con Garret, al quale sono legato, come dicevo, da un rapporto trentennale”.

Ci spiega meglio in cosa consiste questo premio e quale importanza riveste a livello internazionale?

“E’ un premio istituito nel 2005 dall’Institut de France, con il supporto finanziario della Fondation Lefoulon-Delalande,  per onorare scoperte fondamentali nel campo della ricerca cardiovascolare. Per l’importanza dell’Institut de France, per la generosità del premio (550 mila euro, nda) e per il meccanismo di selezione dei candidate, da parte di una giuria internazionale di 14 membri, il Grand Prix Scientifique rappresenta il riconoscimento più prestigioso in questo campo”

Lei è considerato il “papa” italiano dell’aspirinetta che ha salvato molte milioni di vite umane. Ci racconta i primi studi e come in questi 30 anni la ricerca si è evoluta?

“I miei primi studi risalgono alla fine degli anni ’70, quando, dopo la scoperta del trombossano, una sostanza prodotta dalle piastrine, ad azione favorente la formazione di trombi nelle arterie, e della prostaciclina, prodotta dale cellule endoteliali dei vasi sanguigni, ad azione protettiva nei confronti della formazione di trombi, è cominciata la “corsa” per trovare un modo per separare gli effetti dell’aspirina sulla formazione di questi prostanoidi. Il mio laboratorio a Roma e quello di Garret FitzGerald alla Vanderbilt University a Nashville svilupparono approcci analitici diversi per studiare la formazione e l’inibizione di questi prostanoidi nell’uomo”.

Fino ad arrivare a conclusioni analoghe.

“Arrivammo quasi contemporaneamente, tra il 1982 e 1983, a definire un ristretto range di basse dosi di aspirina in grado di inibire selettivamente la sintesi di trombossano, risparmiando la produzione di prostaciclina. Questi studi fornirono quindi il razionale per designare numerosi trial clinici per valutare l’efficacia e la sicurezza di questa potenziale strategia anti-trombotica in decine di migliaia di pazienti ad alto rischio cardiovascolare. E i risultati di questi trial clinici hanno cambiato il modo di trattare l’infarto acuto del miocardio e l’ictus ischemico acuto”.

Su cosa sta lavorando in questo momento e quali sono le prossime frontiere dell'aspirinetta e, in generale, di farmaci di questo genere?

“In questo momento, il mio gruppo di ricerca sta lavorando su due fronti: il primo riguarda la comprensione dei determinanti della variabilità interindividuale in risposta a basse dosi di aspirina in condizioni cliniche, quali il diabete e la trombocitemia essenziale, caratterizzate da un’apparente “resistenza” delle piastrine agli effetti di una posologia convenzionale di aspirina (basse dosi, somministrate una volta al giorno). L’obiettivo è quello di arrivare a una personalizzazione della terapia antitrombotica, un obiettivo che altri Gruppi di Ricerca stanno perseguendo attraverso lo studio dei nuovi farmaci antitrombotici di recente commercializzazione.

E poi c’è un secondo fronte di ricerca, quello legato ad alcuni tumori

“Riguarda l’apparente capacità dell’aspirina a basse dosi di prevenire lo sviluppo di alcuni tumori, in particolare quelli della porzione piu’ bassa dell’intestino, e la caratterizzazione del suo meccanismo d’azione. L’ipotesi di lavoro sulla quale ci stiamo focalizzando è che le piastrine siano coinvolte nelle fasi iniziali della cancerogenesi colo-rettale e che l’azione protettiva dell’aspirina sia legata all’inibizione dell’attivazione piastrinica. E’ un esempio interessante di come un vecchio farmaco, nato circa 115 anni fa, possa rappresentare un utile strumento d’indagine per comprendere alcuni aspetti della formazione di un tumore e fornire una strategia innovativa per la prevenzione secondaria della sua ricorrenza. Studi collaborativi per testare questa ipotesi stanno iniziando in diversi Paesi, e dovremo aspettare circa 5-10 anni per avere una risposta attendibile ai molti quesiti che sono stati posti in questo campo”.

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