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Salute

Pedalare via dal Parkinson

L'esercizio fisico migliora i sintomi: basta una bici da camera usata con regolarità. La scoperta è avvenuta per caso

In pista! (Credit:Teaukura Moetaua/Getty Images)

Come molte scoperte pregnanti e clamorose anche questa è avvenuta per caso. Il neuroscienziato americano Jay L. Alberts del Learner Research Institute della Cleveland Clinic aveva deciso di attraversare lo stato dell'Iowa in tandem con una malata di Parkinson come azione dimostrativa per attirare interesse e aumentare la consapevolezza su una malattia che colpisce tra i 7 e i 10 milioni di persone nel mondo. Dopo il viaggio, lo studioso si è reso conto che si erano verificati dei miglioramenti nei sintomi della sua paziente.  "Pedalavo più veloce di lei", racconta Alberts, "e questo costringeva anche lei a pedalare più veloce. Ha ottenuto miglioramenti alla funzionalità degli arti superiori, così abbiamo cominciato a indagare il possibile meccanismo dietro a questa migliorata funzione".

Il Parkinson è una malattia cronica progressiva che colpisce il sistema nervoso centrale e come primi sintomi comporta tremori e difficoltà a camminare, ma con il tempo può progredire causando problemi cognitivi e comportamentali, fino alla demenza. La maggior parte dei casi esordisce dopo i 50 anni e quando la progressione è oltre una certa soglia diventa difficile intervenire per alleviare i sintomi. La stimolazione cerebrale profonda si è dimostrata efficace negli stadi avanzati della malattia, ma si tratta di una procedura invasiva e molto costosa.

In questo contesto la scoperta di Alberts è doppiamente importante. Non solo infatti l'attività fisica parrebbe essere la chiave per migliorare la funzionalità motoria di pazienti in vari stadi della malattia, ma il bello è comporta poco sforzo e pochissimo costo: al massimo quello di una bicicletta da camera.

Alberts e colleghi della Cleveland Clinic hanno studiato gli effetti dell'esercizio fisico su 26 pazienti grazie alla risonanza magnetica a connettività funzionale (fcMRI) e ne espongono oggi i risultati al meeting annuale della Società radiologica del Nord America. "Misurando i cambiamenti nei livelli di ossigenazione del sangue nel cervello", spiega Chintan Shah, uno dei ricercatori del team, "la fcMRI ci permette di controllare la connettività funzionale tra diverse regioni del cervello".

I partecipanti all'esperimento sono stati sottoposti a tre sedute settimanali di cyclette per otto settimane. Alcuni hanno potuto scegliere a quale ritmo pedalare, mentre per altri sono stati fissati un livello di sforzo e una velocità superiori a quelli desiderati, grazie all'impiego di un attrezzo appositamente modificato. La risonanza magnetica prima e dopo le otto settimane di esercizio, e una praticata quattro settimane dopo la fine dell'esperimento, mostrano un aumento nella connettività tra la corteccia motoria primaria e la regione posteriore del talamo. Pedalare velocemente è risultato cruciale per questi miglioramenti, ancora apprezzabili a quattro settimane di distanza.

"Ma non tutti i pazienti hanno dovuto pedalare velocemente per vedere qualche miglioramento nei sintomi", rassicura Alberts, che annuncia: "adesso vogliamo verificare se anche altri tipi di esercizio, come nuotare o vogare in tandem, possano dare benefici simili".

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