scansioni di cervello con Parkinson
Salute

Parkinson, tutte le novità e le scoperte

Nuovi farmaci e metodi terapeutici rendono migliore la qualità della vita dei pazienti, come racconta il neurologo Alfredo Berardelli.

Quanti sono in Italia gli ammalati di Parkinson? Il numero stimato parla di 250 mila pazienti, ma un censimento nazionale ancora non c’è. In futuro cifre più precise, estese a tutto il territorio nazionale, arriveranno grazie a uno studio in corso condotto dalla Fondazione Limpe per il Parkinson Onlus.

Non è l’unica novità emersa nel corso del convegno su questa malattia che si è tenuto nei giorni scorsi a Torino. «Patologia in costante aumento soprattutto a causa dell’invecchiamento della popolazione» precisa Alfredo Berardelli, presidente dell’Accademia Limpe-Dismov e professore ordinario di Neurologia alla Sapienza di Roma.
Al congresso si è parlato anche di fattori di rischio, di recenti scoperte nei meccanismi all’origine del morbo e di nuovi metodi terapeutici (farmacologici o sotto forma di stimolazione cerebrale).

Nel 10 per cento dei casi, dietro al morbo di Parkinson c’è una base genetica dimostrabile, e sono stati identificati geni che possono dare origine alla malattia. Ma nella maggior parte dei casi, precisa Berardelli, «si tratta di forme che noi chiamiamo sporadiche, ossia non ereditarie in senso stretto bensì il frutto di eredità combinate e fattori ambientali».
A causare il Parkinson è, in ogni caso, la progressiva degenerazione delle cellule nel sistema nervoso centrale, degenerazione provocata da una proteina che si accumula nei neuroni e conduce a morte cellulare.

I primi sintomi della malattia possono essere motori, per esempio una mano che trema e un rallentamento globale nel movimento globale. «Ma negli ultimi anni si è visto che a preannunciare la malattia possono essere anche segni diversi: la riduzione dell’olfatto, o alterazioni tipiche del sonno. Molti pazienti hanno sonni agitati come se stessero muovendosi in modo reale. Queste modificazioni possono precedere la malattia anche di molti anni» precisa il neurologo.

E le terapie? I farmaci più utilizzati sono quelli, a base di levo-dopa, che sostituiscono la perdita di dopamina che avviene nel cervello di chi soffre di Parkinson. Si cerca anche di trovare somministrazioni nuove attraverso cerotti sulla cute, o con infusioni dirette del farmaco. Oltre a farmaci innovativi che si basano su meccanismi diversi.

Un nuovo principio attivo, per esempio, appena commercializzato in Europa e che arriverà in Italia nel 2016, agisce sul glutammato (e non solo sulla dopamina). Il glutammato è un neurotrasmettitore di tipo eccitatorio, coinvolto in numerose alterazioni cerebrali.  Una duplice azione che permette di controllare meglio sintomi e complicanze motorie.

Negli ultimi anni si è fatta strada, nel campo delle cure contro il Parkinson, la stimolazione cerebrale profonda. «Ha dimostrato un’efficacia buona  nei pazienti che non rispondono più, o rispondono male, ai farmaci convenzionali» spiega Berardelli. «Sono elettrodi inseriti in nuclei cerebrali con un effetto molto positivo, continuamente confermato. Ora se ne sta valutanto la possibilità di utlizzarli  anche in pazienti che non sono in una fase molto avanzata della malattia».

Esistono anche tecniche di stimolazione cerebrale non profonda (quindi meno invasive): apparecchiature che usano bobine appoggiate sul cranio, in grado di inviare stimoli magnetici al cervello. Usati a scopo diagnostico, le applicazioni terapeutiche sono ancora in fase di studio.
 Altro metodo che inizia a essere utilizzato è la tecnica di stimolazione con ultrasuoni, in grado di produrre modificazioni in strutture cerebrali: simile a stimolazione profonda, non è però invasiva (l’intervento viene effettuato sul paziente sveglio).

«La cosa più promettente, nel campo delle scoperte sul Parkinson, è aver capito che nella malattia si verifica  un accumulo della proteina sinucleina» conclude Berardelli. «In prospettiva, contro questa proteina anomale si potranno forse usare anticorpi, una sorta di vaccino terapeutico. Attualmente è in corso uno studio in Austria. Se, fra qualche mese,  si rivelasse una strada efficace,  si potrà pensare a una cura di frontiera, caopace di agire non sui sintomi ma proprio sui meccanismi alla base della malattia».

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