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Salute

Obesità infantile, il pericolo è in lattina

Uno studio su 3.000 ragazzi mette in collegamento un agente chimico con un più alto indice di massa corporea

(Credit: http://www.flickr.com/photos/51550312@N08)

Stavolta non c'entrano gli zuccheri per i quali il ministro della Salute Balduzzi avrebbe voluto tassare le bibite gassate. Uno studio della scuola di medicina della New York University ha evidenziato che ad alti tassi nelle urine di bisfenolo A (BPA), sostanza chimica utilizzata per la produzione di materie plastiche, è associato un maggior rischio di obesità.

Lo studio, appena pubblicato sulla rivista Jama (Journal of American Medical Association), ha esaminato un campione rappresentativo di 2.838 bambini e ragazzi, tra i 6 e i 19 anni per capire se esistesse un collegamento tra BPA e indice di massa corporea. Dopo aver controllato variabili come la razza, il sesso, il livello di attività fisica svolto, il tempo passato davanti alla tv e il reddito, i ricercatori, guidati da Leonardo Trasande, professore associato di pediatria e medicina ambientale, hanno appurato che i bambini con i livelli più alti di bisfenolo A rintracciabile nelle urine avevano due volte e mezzo più probabilità di essere obesi rispetto ai coetanei con i livelli più bassi. E' interessante notare che questa associazione è risultata valida per un solo sottogruppo etnico, quello dei bambini e degli adolescenti bianchi, mentre non è emerso lo stesso collegamento tra i ragazzi ispanici o di colore.

"Il nostro è il primo studio che mette in relazione un agente chimico ambientale con l'obesità infantile su un ampio campione rappresentativo", commenta Trasande, che aggiunge: "I nostri risultati dimostrano ulteriormente la necessità di ampliare il paradigma quando pensiamo all'epidemia di obesità. Una dieta non sana e la mancanza di attività fisica certamente contribuiscono all'aumento della massa grassa, ma la storia chiaramente non finisce qui".

Il BPA rientra nella categoria degli interferenti endocrini, sostanze che a certe concentrazioni sono in grado di modificare l'attività dell'apparato endocrino imitando l'azione di alcuni ormoni. L'Efsa, Ente europeo per la sicurezza alimentare, ha a suo tempo stabilito una dose di assunzione giornaliera (0,05 mg per chilogrammo di peso corporeo al giorno) considerata non pericolosa, ma quest'anno il parere sulla sicurezza del Bisfenolo A è in fase di aggiornamento, a seguito dei risultati degli studi in corso.

Di fatto oggi il bisfenolo A è vietato solo per la produzione di articoli destinati ai lattanti (come i biberon e i bicchieri per bebè) ma è ancora consentito nei prodotti che restano a contatto con il cibo, tipicamente i rivestimento interno delle lattine di alluminio. Le materie plastiche che possono contenere BPA sono contrassegnate con i codici per il riciclo riportanti i numeri 3 e 7.

Gli autori dello studio avanzano l'ipotesi che sia necessario rivedere le stime sulla pericolosità del bisfenolo A anche a basse dosi, perché l'organismo dei bambini sembra comunque più suscettibile alla sostanza rispetto a quello degli adulti. "Eliminarlo dalle lattine di alluminio", suggerisce Leonardo Tresande, "è probabilmente uno dei modi migliori per limitare l'esposizione. Esistono alternative che i produttori possono utilizzare per rivestire l'interno delle lattine".

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