Salute

Nanotecnologie: qui Houston, stiamo risolvendo qualche problema

Due lauree, una a Padova in matematica, l’altra a Berkeley in ingegneria, Mauro Ferrari è uno dei massimi esperti mondiali di bioingegneria. In Texas, con la sua équipe di ricercatori del Methodist Hospital Research Institute, fra i quali molti giovani italiani, sta combattendo la lotta contro il cancro. Con buoni risultati.  

Cammino nel tunnel di vetro che collega due edifici del Texas Medical Center di Houston: attorno c’è una foresta di grattacieli, navigo tra una folla variopinta di medici in camice bianco, infermiere in tuta azzurra, chirurghi in verde e pazienti in pigiama. Tutto è enorme nel più importante centro medico degli Stati Uniti: 200 mila tra medici, scienziati e tecnici, 6 miliardi di dollari in ricerca e 6 milioni di pazienti l’anno. Mi sento una nanoparticella, l’oggetto misterioso sul quale si fonda il futuro della medicina che si misura in nanometri: qualcosa 100 milioni di volte più piccolo di una palla da tennis, che può fare arrivare sull’organo malato la giusta dose di farmaci e ridurre al minimo gli effetti collaterali. Niente male, visto che oggi il 99,9 per cento di un farmaco immesso nel corpo va disperso.

È la nanotecnologia, baby! E sto per incontrare uno dei maghi di questa scienza. Stivali da cowboy che spuntano da un vestito gessato grigio, camice bianco a coprire quasi 2 metri da ex giocatore di basket: così si presenta Mauro Ferrari, 52 anni, italiano alla guida del Methodist Hospital Research Institute di Houston, 1.200 dipendenti.

Sono quattro le piattaforme su cui lavorano i 120 esperti che si occupano di nanotecnologia: sistemi multistadio in silicio poroso per portare i farmaci al posto giusto; nanoghiandole, cioè capsule inserite nel corpo che rilasciano i farmaci quando servono; rigenerazione dei tessuti, come la «colla» per le ossa fratturate creata su richiesta della Difesa Usa; nanochip per la proteomica, per arrivare a diagnosi precoci dall’analisi delle proteine.

Ferrari è una persona gentile e sorridente, e ha una determinazione d’acciaio: ai suoi cinque figli e all’umanità vuole dare «un mondo in cui il cancro non sia più una condanna a morte». Oggi al Methodist gestisce un budget di 120-150 milioni di dollari l’anno come presidente e ceo, e segue anche il suo dipartimento di nanotecnologia. «Abbiamo già buone medicine per combattere il cancro » dice il professore ricordando che dalla Seconda guerra mondiale la percentuale di chi guarisce è salita dal 50 al 60 per cento. «Il problema è riuscire a portarle nel posto giusto, e per questo serve la nanotecnologia».

Così, per il suo personale «sbarco in Normandia contro un nemico formidabile», Ferrari ha messo in piedi un’armata internazionale nella quale convivono le figure professionali più disparate: oltre a medici, chimici, biologi, ci sono fisici, ingegneri, matematici, filosofi e designer. La lingua ufficiale è l’inglese, per unire un team formato da cinesi, indiani, francesi, serbi e tanti italiani.

Come Alessandro Grattoni, 33 anni, laurea in ingegneria meccanica al Politecnico di Torino e dottorato in ingegneria biomedica a Houston. Si è laureato un po’ tardi («A 25 anni, perché correvo in bicicletta») ma ha recuperato in fretta. Due anni dopo la laurea è stato reclutato da Ferrari e oggi è a capo del dipartimento che si occupa delle nanoghiandole artificiali: «Ne abbiamo già una pronta per le prove cliniche sugli umani» spiega con entusiasmo. Si tratta di una capsula installata nel corpo che, grazie a una membrana in silicio, si comporta come una ghiandola e può rilasciare la giusta dose di farmaco. «Così sarà risolto il problema di chi deve prendere tutti i giorni medicine per il diabete, o per la tiroide: una carica dura un paio di anni. Ma questo è solo un primo passo» precisa Grattoni «perché nella capsula ci potranno essere sensori che, rilevato un malanno, faranno rilasciare automaticamente il farmaco e segnaleranno al medico che c’è un problema». Una tecnologia che ha attirato l’attenzione della Nasa: nel viaggio su Marte previsto per il 2030, gli astronauti dovranno viaggiare per più di 500 giorni: «Grazie alle nanoghiandole» spiega «sarà possibile curarli
addirittura prima che avvertano i sintomi».

Nella squadra di Ferrari gli ingegneri abbondano. «Perché è grazie a noi che si riduce il tasso di “stregoneria” dei medici: le nostre capacità di analisi e sintesi rendono concrete le loro intuizioni» spiega sorridendo Paolo Decuzzi, ingegnere meccanico del Politecnico di Bari, con dottorato a Napoli e nel Michigan. Decuzzi guida il dipartimento di «imagining», che sviluppa l’uso delle nanoparticelle per gli esami radiografici e nucleari, ma si occupa anche di studiare le forme migliori per i vettori che dovranno trasportare i farmaci sui bersagli. La definizione ufficiale è «multi stage nanovectors», per i giovani ricercatori sono «le noci di cocco al silicio poroso»: come i missili che la Nasa progettava a Houston, con i propulsori che si staccavano mentre la navicella puntava sull’obiettivo, le «noci di cocco» devono portare il principio attivo all’organo malato, superando le barriere che il corpo umano usa per difendersi dagli organismi estranei. Leader del dipartimento è Ennio Tasciotti, 34enne di Latina con un passato «da secchione»: 60 e lode alla maturità, laurea in biologia molecolare alla Normale di Pisa e dottorato in medicina molecolare a Trieste.

Fisico minuto, «abiti su misura in Italia, qui la mia taglia c’è solo da Gap kid», fino a pochi mesi fa scorrazzava su una Vespa rossa, ora guida una Bmw 335 cabrio e si è comprato un loft. Non ha molto tempo per goderseli: puntualmente in ritardo a ogni riunione perché segue mille cose, ha la marcia in più dei fuoriclasse.

Nel mondo scientifico Usa si va avanti con i «grant», progetti finanziati da enti pubblici e privati. Uno scienziato senza fondi è come un artista senza un bravo mercante: resterà sconosciuto. Ferrari ha affidato a Tasciotti la gestione di un grant da 10 milioni di dollari in tre anni del Darpa, un istituto di ricerca della Difesa americana il cui motto è: «Vogliamo scoperte rivoluzionarie». La sfida era trovare un sistema per curare le fratture sul campo di battaglia, evitando il rischio di infezioni. Il team di Tasciotti ha creato, con le nanotecnologie, una sorta di colla che si inietta nell’arto fratturato e in poco tempo salda le ossa: presto cominceranno le prove sugli umani. «Coordinare un gruppo di scienziati con forti personalità è come portare al pascolo dei gatti, difficile tenerli insieme» racconta Tasciotti, che però accetta la sfida.

I suoi compagni di corso «in Italia si battono per avere borse di studio o hanno stipendi più bassi del mio tecnico di laboratorio che ha 23 anni», mentre Ennio ha già rifiutato proficue offerte di lavoro dall’industria privata: «Sono fortunato perché ho la possibilità di fare la differenza, cambiare la vita a molti». Ora è concentrato su un altro grant promosso dal Darpa. È il progetto Restore Fighter, destinato a guarire soldati con ferite gravissime: si va dalla medicina rigenerativa per la pelle alla ricostruzione di arti, faccia e apparato urogenitale. «Lavoriamo per i militari, ma queste cure se avranno successo, poi saranno disponibili per tutti, come internet» spiega il giovane docente che, per far vincere al Methodist questo appalto da 75 milioni di dollari in cinque anni, sta reclutando gli esperti delle migliori università americane: la responsabilità è enorme, ma Mauro Ferrari crede in lui. Come ogni grande leader, Ferrari conosce l’arte della delega: ogni giorno incontra all’ora di pranzo i suoi ricercatori in una grande sala riunioni. Pizza al trancio e laptop, megaschermo con le immagini degli sviluppi delle ricerche. Parlano i capigruppo, Ferrari ascolta, chiede dettagli e invita all’applauso collettivo l’assemblea.

«Lo spessore umano che c’è qui è straordinario» racconta Christian Celia, 32 anni, laurea in farmacia a Catanzaro, dottorato in Francia, appena nominato ricercatore all’Università di Chieti. «Veniamo da tutto il mondo e Mauro ci fa sentire come se fossimo a casa nostra». Un feeling condiviso da tutti i giovani ricercatori italiani, studenti che hanno fatto parte del loro dottorato di ricerca a Houston, come Thomas Geninatti, 25 anni, laurea in
ingegneria biomedica a Torino: «Letto un articolo sul Methodist, ho scritto una email a Mauro, in due ore mi ha risposto e tre giorni dopo ero qui a finire la tesi. E ora spero di restarci a lavorare». Come è accaduto a Silvia Ferrati, 30 anni, laurea in chimica a Firenze e nanotecnologia a Venezia, che da 5 anni lavora con Ferrari. Ha già seguito un grant da 300 mila dollari e si trova a suo agio in un ambiente competitivo: «Questo è un pollaio dove ci sono solo galli».

A guardia del pollaio, dalle 8 di mattima a sera tarda, c’è Mauro Ferrari: nel suo studio, sopra le foto in cui è ritratto con premi Nobel che gli stringono la mano, campeggia un foglio di quaderno sul quale una ragazzina di 14 anni, prima di morire di cancro, gli ha scritto «Thank you, mi sei mancato».

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