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Salute

Mangiare sano? Dipende da abitudine, fretta e... prezzo

La tasse sulle bibite gassate è stata stralciata dal decretone Sanità in seguito alle polemiche suscitate dal provvedimento. Ma gli studi sugli effetti dell'etichettatura nutrizionale dicono che le informazioni sulle confezioni da sole non bastano a orientare i  consumi su scelte salutiste

Lattine della discordia (Credit: Ansa/Carlo Ferraro)

Dal decreto Sanità firmato dal ministro Balduzzi è stata definitivamente stralciata la tassa sulle bibite gassate, con la quale si intendeva al contempo scoraggiare il consumo di queste bevande ipercaloriche e poco sane e finanziare il fondo per l'assistenza alle persone non autosufficienti. Per questo secondo scopo si dovranno trovare altre risorse, ma per il primo esistono alternative?

La decisione di inserire quella che era stata già ribattezzata "tassa sulla Coca" aveva suscitato non poche polemiche, e molti dei critici sollevavano la stessa obiezione: gli italiani sono già stati abbastanza spremuti e comunque aumentare il prezzo non è detto che serva davvero a scoraggiare i consumi. Ma allora per spingere i consumatori a fare scelte alimentari più sane quali metodi si possono impiegare?

Bastano le informazioni nutrizionali a modificare le scelte fatte al supermercato? Ha cercato di rispondere a questa domanda l'Eufic, European Food Information Council , che ha recentemente passato in rassegna tutti gli studi svolti dal 2000 a oggi sugli effetti delle etichette nutrizionali sulle abitudini di consumo. Sono stati presi in considerazione tre tipologie di studi: quelli basati su interviste ai consumatori, quelli riferiti all'analisi dei dati di vendita e infine le indagini nazionali sui livelli di assunzione di determinati nutrienti.

Nel primo caso si è visto che i risultati variano molto da un paese all'altro e che per esempio un logo che incoraggia i consumatori olandesi a scegliere il prodotto più sano, aiuta quelli tedeschi a riconoscere l'alimento più salutare ma non è detto che li spinga a preferirlo. Insomma non ci sono soluzione buone per tutti.

Confrontando i dati di vendita prima e dopo l'introduzione dell'etichettatura nutrizionale o dell'aggiunta di loghi specifici, se ne è potuto valutare l'impatto a posteriori. Quel che emerge è che vi è in genere un effetto immediato sulle vendite, ma non è chiaro come le informazioni aggiuntive possano orientare gli acquisti a lungo termine. La tendenza, in crescita, a fare la spesa online è un elemento di cui si dovrà tenere conto anche perché con questo mezzo le informazioni nutrizionali rischiano di passare in secondo piano.

Infine il risultato più paradossale arriva dagli studi sui livelli di assunzione di particolari nutrienti sulla popolazione generale. A quanto pare negli Stati Uniti l'introduzione di etichette nutrizionali nel 1990 ha avuto l'effetto positivo di indurre a consumare più fibre e meno grassi. Ma pare che, almeno in Europa, i consumatori più attenti a questo tipo di informazione siano quelli che già sono interessati alla salute: in sostanza piove sul bagnato.

La rassegna dell'Eufic cita infine una delle principali conclusioni raggiunte dagli autori degli studi analizzati: i consumatori sono influenzati da una molteplicità di fattori diversi dalle informazioni nutrizionali quando comprano prodotti alimentari. Quali? L'abitudine, la fretta e il prezzo. La sensazione è che se vogliamo davvero combattere l'epidemia di obesità che minaccia il nostro sistema sanitario prima o poi con questa realtà saremo costretti a fare i conti.

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