Salute

La mia avventurosa vita di ricercatrice

"In Italia ci manca il senso della sfida". La virologa Ilaria Capua racconta in un libro (e in questa intervista) il grande fascio della sua professione

CAPUA

Ilaria Capua

Se leggete il libro di Ilaria Capua, I virus non aspettano, (in libreria dal 19 settembre) capirete che il mestiere di ricercatrice è tutt’altro che una noiosa routine: Ilaria, 46 anni, virologa nota a livello internazionale (dirige il dipartimento di scienze biomediche comparate all’Istituto zooprofilattico delle Venezie) è una scienziata globetrotter che, quando non maneggia virus inquietanti, gira il mondo ficcandosi spesso in luoghi poco ospitali, dorme in tende piantate in mezzo a una foresta, vola in piccoli aerei in via di rottamazione, frequenta, con la stessa disinvoltura, struzzi che scalciano e premi Nobel.

Con un po’ di fatica e parecchia passione, come racconta in questa intervista a Panorama, riesce a far girare tutto: lavoro, conferenze, missioni all’estero, impegni, ambizioni, famiglia. Il suo libro, un po’ autobiografia, un po’ saggio, racconta tutto questo e molto di più: è una riflessione sull’essere scienziati, sulla responsabilità e l’etica di fare ricerca, sul ruolo dell’Italia, sulle sue occasioni mancate (colpa degli italiani) e le sue potenzialità (siamo pieni, per fortuna, di persone in gamba). Sono pagine anche, e spesso, divertenti: i retroscena di certe conferenze scientifiche valgono più di un reality show. E che altre volte fanno riflettere, perché quello che c’è scritto vale per tutti noi, anche se non siamo scienziati: «Devi fare le cose che senti dentro e difenderle con fierezza. L’importante è non perdere mai la bussola, confrontarsi, chiedere consiglio. E non mollare».

Altro che vita da laboratorio. La sua è una girandola di viaggi, problemi, grane, avventure, progetti, emergenze. La prima sfida che ha dovuto affrontare, se la ricorda?

La prima? Dopo la laurea in virologia, presa a 22 anni, vinsi un concorso e mi ritrovai a lavorare in un istituto di zooprofilassi a Teramo, in Abruzzo. Avevo 25 anni, ero da sola, in un laboratorio molto piccolo. Quel tuffo mi diede la consapevolezza che la vita è fatta di occasioni e di incognite in cui bisogna buttarsi, da allora mi porto dietro un coraggio che a volte sconfina nell’incoscienza.

Nel 2006 il virus dell’influenza aviaria fu, per esempio, una bella incognita. Abbiamo rischiato davvero, quella volta?

Ci fu, in parte, un eccesso di allarmismo, come se fossero scattati troppi campanelli di allarme, alla fine c’era una grande confusione che generava, a sua volta, grande paura. Seguivo la tv e mi dicevo «ma guarda questi che si mettono gli scafandri per ammazzare quattro galline!». Il timore però era reale, l’H5N1 era un virus sconosciuto, si comportava in modo del tutto anomalo. I cittadini poi pensano che gli scienziati debbano avere una risposta per tutto, ma spesso così non è. Quello era un virus che non conoscevamo per niente, non avevamo tra le mani un algoritmo per capire come si sarebbe sviluppata l’infezione. Eravano anche noi spaventati e preoccupati.

Contro l’H5N1, il suo laboratorio realizzò una strategia di vaccinazione che si rivelò determinante...

L’epidemia aveva ucciso 17 milioni di volatili in Veneto e Lombardia. E il nostro laboratorio era stato scelto come riferimento a livello nazionale. Ero intrappolata in una cosa molto più grande di me, ma alla fine riuscii a mettere in piedi un sistema di vaccinazione, chiamato con l’acronimo DIVA, in grado di debellare il virus. Oggi questo sistema fa parte della legislazione europea per il controllo dell’aviaria.

Lei viaggia parecchio, si confronta di continuo con scienziati di altri paesi. Come ne usciamo, noi italiani, dal paragone?

In Italia scontiamo una mentalità e un atteggiamento culturale che ci rende poco dinamici, poco coraggiosi in un certo senso. Ci manca un po’ il senso della sfida. Ecco, di Zanardi, per dire, che tra l’altro vive nel mio stesso comune, Noventa Padovana, ce n’è pochi. La competizione è una cosa che l’italiano sente poco, tendiamo ad accontentarci, ad accettare i compromessi, come il lavoro vicino a casa, chiudiamo da soli i nostri orizzonti. Il guaio è che il resto del mondo va avanti in un altro modo.

E poi non premiamo il talento...

Soprattutto. Le faccio un esempio. Poco tempo fa mi ha scritto un ricercatore canadese che vive a Parigi, per dirmi che nel suo centro offrono un posto di lavoro, con laboratorio e tecnici, per un giovane professore che faccia ricerca in malattie emergenti. Hanno scritto che stanno cercando «il migliore candidato su piazza in questo momento, da ovunque esso venga». Ovunque. Cinese? Cinese. Ma lei se l’immagina questa cosa in Italia, un professore non italiano ma magari cinese, purché sia il migliore?

Una cosa che invece la rende orgogliosa di essere italiana?

Sono orgogliosa di tante persone che lavorano in italia. Io, per esempio, ho un team di ragazzi brillanti e determinati, magari poco organizzati ma che hanno voglia di emergere e davvero ce la mettono tutta. Mi immedesimo un po’ nel ruolo della portaerei, come una nave che strasporta giovani talenti e permette loro di esplorare nuovi cieli. Con la consapevolezza, però, che se non sono in gamba possono venire abbattuti, per così dire.

Lei ha figli?

Una bambina di otto anni.

E riesce a dedicarle il tempo che ci vuole?

L’ho abituata al fatto che la mamma, così come il papà, va e viene. Io non ci sono due sere la settimana ma c’è mio marito, e nella mia famiglia c’è sempre stato questo equilibrio, per lei è normale. Ed è serena.

Mai pensato di rallentare il ritmo?

Ma io sono una mitragliatrice, non ci riesco. Non mi fermo mai, ho sempre bisogno di cose nuove, nuovi bandi, nuovi viaggi. Difficilissimo che stia a casa un mese intero, in genere una settimana sto tranquilla, e una settimana viaggio. È capitato che in un anno abbia fatto, per esempio, 26 missioni.

Lei sarà anche una mitragliatrice, ma per le donne fare carriera è ancora difficile. Colpa del maschilismo della società, o un po’ anche colpa delle donne?

Sicuramente in Italia c’è un retaggio culturale per cui la donna è sempre quella conciliante, dai modi gentili, poco aggressiva nel senso della competizione, che è ovvio che si occuperà della famiglia, e questo modello ci è rimasto attaccato. Ma è anche vero che le donne in Italia dovrebbero essere più determinate, si fanno frenare, si frenano da sole. L’Italia spende tanto per farle studiare, ma poi questo potenziale non viene restituito. E finisce che, in campo scientifico, le donne fanno lavori con un profilo medio basso. Non a caso il Nobel, anche per gerarchie di potere, è appannaggio maschile.

Nel libro lei scrive che la scienza è, prima di tutto, condivisione. Aveva fatto scalpore, tempo fa, una sua lettera sulla necessità di rendere pubblici, tra ricercatori, risultati e scoperte. Suscitò un grande dibattito. Ora cosa è cambiato?

Molto. L’Oms ha preso una posizione formale, così come altre  anche altre organizzazioni internazionali. Oggi, se uno scienziato ha un virus interessante e ne parla a un congresso, la prima domanda che gli si fa è: «Però la sequenza l’hai depositata vero?». E il fatto di inserire la sequenza genetica in una database pubblico permette a una rete di laboratori di tutto il mondo di avere kit diagnostici, vaccini, terapie. È importante.

Sua figlia ha capito che tipo di lavoro fa lei?

Sì, le ho spiegato, un po’ semplificando, che «la mamma studia le medicine per curare gli animali». E tutte le volte che parto per un viaggio, lei mi dice: «Lo so che tu devi guarire gli animalini..».

Da veterinaria, non ha un cane o un gatto in casa? Sua figlia non gliene chiede uno?

In continuazione. Ma, insomma, adesso non si può. E lei mi risponde che quando crescerà se lo prende lei e ci penserà lei.

I giornali stranieri l’hanno definita «una mente rivoluzionaria», «la strong lady della ricerca scientifica». Condivide?

Definizioni un po’ esagerate, a dir la verità.

Come vorrebbe essere definita, allora?

Una bella persona. Ecco, mi piacerebbe che dicessero questo di me.

Non è mica poco.

Lo so.  

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Nei prossimi giorni Ilaria Capua sarà a Trieste Next, Salone europeo dell’Innovazione e della ricerca scientifica, che si tiene dal 28 al 30 settembre. Gli ospiti eccellenti sono molti, provenienti da vari paesi: scienziati, manager, imprenditori, artisti... Qualche nome, per dare un’idea: Roger Beachy, biologo ed ex consulente del presidente americano Barack Obama, Robert Darnton, direttore della Biblioteca di Harvard,  il biologo Cameron Neylon, i ministri Corrado Clini e Francesco Profumo, l’attore Fabrizio Gifuni.

Il programma e l’elenco  completo sono su www.triestenext.it

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I virus non aspettano di Ilaria Capua, Edizioni Marsilio. Prezzo: 16 euro, 192 pagine

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