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Salute

L'Alzheimer vien mangiando (cibo spazzatura)

Come per il diabete, l'insulina potrebbe avere un ruolo centrale nello sviluppo della malattia

dieta

Il settimanale New Scientist ha recentemente dedicato una copertina shock all'argomento dal titolo "Cibo per la mente. Quello che mangi potrebbe uccidere il tuo cervello". Un lungo articolo racconta i risultati delle ricerche degli ultimi anni che hanno trovato un legame tra diabete di tipo 2 e Alzheimer, che avrebbero in comune la resistenza all'insulina come nemico numero 1. Il collegamento tra le due malattie appare anzi così forte che alcuni si sono spinti a definire l'Alzheimer come il "diabete di tipo 3", che colpisce il cervello.

Il sottinteso inquietante è che una dieta troppo ricca di grassi e zuccheri, che a lungo andare porta a sviluppare quel fenomeno noto come resistenza all'insulina, avrebbe un effetto misurabile anche sul cervello e in particolare contribuirebbe alla formazione di quelle placche amiloidi responsabili del danneggiamento di alcune funzioni cerebrali come la memoria e l'orientamento, tipiche del morbo di Alzheimer.

L'insulina è un ormone dalle mille attività. Non solo regola il livello di zuccheri nel sangue, ma aiuta anche i neuroni a utilizzare i glucosio come fonte di energia e contribuisce alla loro plasticità, permettendo loro di formare nuove connessioni. "L'insulina" spiega a Panorama.it Marta Di Carlo, ricercatrice che si occupa di neuroscienze presso l'Istituto di biomedicina e immunologia molecolare del Cnr di Palermo, "è importante perché permette la sopravvivenza cellulare. Quando insorge l'Alzheimer il peptide amiloide produce la morte cellulare, l'insulina la inibisce. Quando nel diabete c'è resistenza all'insulina, le cellule ne catturano meno e l'effetto protettivo contro i meccanismi indotti dall'Alzheimer si perde".

Di Carlo è stata tra gli autori di uno studio, pubblicato pochi mesi fa sulla rivista Aging Cell, nel quale insieme ai suoi colleghi ha dimostrato proprio che la somministrazione di insulina, in un sistema in vitro, rende reversibili gli effetti della proteina A-beta sulle celule cerebrali, le famose placche. "L'insulina provoca una serie di reazioni biochimiche che annullano l'effetto degenerativo di A-beta e i neuroni danneggiati sono in grado di ripristinare le funzioni compromesse".

Di qui a distillare una cura per l'Alzheimer ce ne passa, ma sicuramente si può intanto cominciare a parlare di prevenzione o di possibilità di rallentamento dell'insorgenza. "Una dieta ricca di vitamine e antiossidanti naturali contenuti in frutta e verdura è protettiva", assicura Di Carlo. "Anche gli acidi grassi Omega-3, che rallentano la formazione di radicali liberi, sono alleati. Gli studi hanno visto che gli antiossidanti sono importanti per rallentare il morbo di Alzheimer. Si tratta del resto di una malattia dell'invecchiamento, che raramente compare prima dei 60 anni. Quindi tutto ciò che rallenta l'invecchiamento delle cellule rallenta anche l'Alzheimer".

Che la dieta e più in generale lo stile di vita sano abbiamo un effetto protettivo lo dimostrano gli studi su popolazioni di centenari che non mostrano segni di demenza. "Ce ne sono in Sicilia e nel Salento", racconta Marta Di Carlo. "Mangiano molta frutta e verdura coltivate nell'orto dietro casa, la condiscono con l'olio dei loro ulivi e conducono uno stile di vita sano per tutto il corso della loro vita". E invecchiano tutti sani.

L'articolo del New Scientist introduce una nota molto drammatica quando, parlando dell'epidemia di obesità degli Stati Uniti, che si è tradotta in un'epidemia di diabete di tipo 2, sostiene che la prossima epidemia da attendersi, quando i diabetici saranno invecchiati, sarà quella del morbo di Alzheimer, che al momento si calcola affligga 36 milioni di persone nel mondo. Il collegamento è davvero così diretto?

"Il diabete costituisce un fattore di rischio maggiore, non una certezza: l'organismo è danneggiato dai grassi e dagli zuccheri, che interferiscono con i normali meccanismi cellulari agevolando l'insorgenza dell'Alzheimer" precisa Di Carlo. "Anche le persone obese del resto", aggiunge, " hanno un fattore di rischio maggiore, pure in assenza di diabete". Sono sempre i grassi e la resistenza all'insulina i principali indiziati.

Una terapia per Alzheimer ancora non esiste, ma si cominciano a fare tentativi di farlo regredire, come aveva dimostrato possibile, in vitro, la ricerca condotta da Di Carlo e colleghi del Cnr di Palermo. "Si è visto che somministrare insulina per via intranasale con uno spray migliora le funzioni cognitive e mnemoniche dei pazienti e rallenta il progredire della patologia". Parte ora negli Stati Uniti una sperimentazione finanziata con quasi 8 milioni di dollari per somministrare lo spray nasale a 240 volontari che mostrano i primi segni di demenza, monitornandone gli effetti su memoria, capacità cognitive e funzionalità del cervello.

Per tutti coloro che a tavola straviziano, comunque, cambiare dieta è già un passo importante sul fronte della prevenzione: "se il processo è cominciato può rallentarlo, se non è cominciato può ritardarne l'insorgenza". E l'attività fisica? Una ricerca pubblicata su Annals of Internal Medicine aveva dimostrato che l'esercizio fisico regolare riduce il rischio di Alzheimer del 40%. "Aiuta a smaltire i grassi e gli zuccheri ed è importante per la circolazione", concorda Di Carlo. "Inoltre previene le cardiopatie che potrebbero a loro volta scatenare patologie cerebrali. E poi ossigena il cervello".

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