È stato l’incubo per almeno due generazioni, la “peste” di fine millennio che ha terrorizzato il mondo negli anni ’90, ma ora il virus dell’immunodeficienza umana, il famigerato HIV, sembra passato nel dimenticatoio.

Grazie infatti allo sviluppo e all’introduzione in commercio, da ormai più di dieci anni, dei farmaci antiretrovirali, che consentono di abbattere la carica virale nei soggetti sieropositivi e mantenere sotto controllo il virus non facendo quindi insorgere l’AIDS, la grande paura è passata.

L’infezione è infatti oggi trattata alla stregua di una malattia cronica, tanto che ormai moltissime persone non si pongono più il problema di pensare di poter essere stati infettati.

Così nell’ultimo decennio in Italia è aumentata la percentuale di individui che hanno scoperto di essere HIV positivi solo pochi mesi prima della diagnosi di AIDS: dal 20,5% del 2006 al 74,5% del 2015.

In altre parole, 74 persone su 100 passano da sieropositivi a malati in meno di sei mesi.

Di questa situazione, così come degli innovativi trattamenti per combattere il virus, sempre più efficaci e più tollerati dai malati, si è parlato al nono congresso mondiale della IAS (International AIDS Society) tenutosi a Parigi a fine luglio.

In crescita il numero dei contagi

"La diffusione e l’evoluzione della patologia nel mondo occidentale sono cambiate negli ultimi anni: poiché abbiamo trattamenti e farmaci sempre più efficaci per l’HIV, l’aspettativa di vita dei pazienti si è allungata, dunque il numero di persone che convivono col virus sta crescendo” dice in esclusiva a Panorama.it il professor George Hanna, specialista di malattie infettive all’Università di Princeton.

Chi contrae oggi l’infezione?

“La maggior parte delle persone colpite sono MSM (uomini che fanno sesso con uomini), meno chi fa uso di droghe iniettive, ma anche donne e uomini eterosessuali”.

Come si trasmette l’infezione?  

“Con le stesse modalità di prima, quel che osserviamo è che ci sono sottogruppi nei quali il rischio è più elevato, che variano a seconda del Paese. Per esempio, negli USA abbiamo rilevato un aumento delle infezioni nei giovani uomini gay che hanno dipendenza da oppioidi e in alcune comunità Afro-Americane, economicamente svantaggiate e con un basso livello di educazione scolastica degli USA sud-orientali.

Non è più solo il virus dei giovani

“A differenza di 20-30 anni fa quando l’HIV era la malattia dei giovani, oggi l’età del malati sta diventando sempre più alta: negli Stati Uniti la media è 50 anni” prosegue il clinico.

“Questo dato è influenzato dal fatto che molti pazienti sieropositivi, che hanno iniziato i trattamenti proprio a quell’epoca, e sono poi passati agli antiretrovirali, sono riusciti ottenere il controllo a lungo termine del virus. Quindi, oggi, si può invecchiare con l’HIV”.

Secondo gli ultimi dati, nei Paesi del mondo occidentale con un sistema sanitario efficiente, la metà di chi convive con l’HIV ha almeno cinquant’anni ed entro il 2020 si stima che la percentuale arriverà al settanta per cento.

Inizia una nuova sfida

“Se negli anni ’90 l’urgenza era trovare una soluzione alla situazione, perché con l’infezione ci si ammalava rapidamente di AIDS, ora che la malattia è stata cronicizzata siamo di fronte a problematiche completamente diverse” afferma Hanna.

L’innalzamento dell’età dei contagiati infatti “ci pone di fronte a come farli convivere bene con le altre patologie legate all’invecchiamento, quali ipertensione, diabete, disturbi cardiovascolari: condizioni, inoltre, che insorgono prima rispetto ai non infetti”.

“Dobbiamo quindi prestare la massima attenzione nel trattare i pazienti over 50, che già fanno uso di medicine specifiche per quelle malattie, a tutte le possibili interazioni con quei farmaci (e ad altri) e alle complicazioni dovute alla tollerabilità dei trattamenti per abbassare la carica virale dell’HIV”.

Le nuove terapie

Al congresso di Parigi sono stati presentati i risultati dello studio DRIVE AHEAD che ha mostrato l’efficacia e la sicurezza di Doravirina, l’ultima molecola sintetizzata per la lotta all’HIV.

“Questo studio clinico di fase III ha mostrato la non inferiorità della combinazione a dose fissa di Doravirina con altri farmaci in 48 settimane rispetto al regime con gli antiretrovirali a somministrazione orale usati attualmente e si sono registrati meno effetti avversi” dice a Panorama.it Khatleen Squires, professoressa di medicina e direttore divisione sulle malattie infettive all’università Thomas Jefferson di Philadelphia.

“Significa che è particolarmente indicata per quelle persone che prendono già altri farmaci, ad esempio, gli anticoncezionali orali, proprio per l’assenza di interazioni clinicamente significative” aggiunge la dottoressa.

Il fatto poi che “può essere presa a qualsiasi ora del giorno, indipendentemente da quel che si è mangiato” rende il trattamento con Doravirina particolarmente maneggevole.

La terapia sarà disponibile sia come compressa singola in monosomministrazione giornaliera sia con una compressa a dose fissa di combinazione (Doravirina /tenofovir disoproxil fumarato generico / lamivudina generico), previa autorizzazione all’immissione in commercio degli enti regolatori, che dovrebbe avvenire nel 2018.

“Il suo meccanismo d’azione è differente dagli altri farmaci per HIV perché lavora su un particolare enzima inibendo la replicazione del virus” spiega il professor Hanna.

Il vantaggio “è che non dà effetti collaterali quali difficoltà di concentrazione o nel pensare e inoltre, a differenza di altri farmaci, non aumenta il livello di colesterolo LDL (quello “cattivo”), un importante miglioramento per la diminuzione del rischio di eventi cardiovascolari”.

Una sola pillola al giorno

Anche Raltegravir, il capostipite dei farmaci di prima linea nelle linee guida nazionali ed internazionali nel trattamento dell’infezione da HIV, ha come bersaglio un enzima molto importante per la replicazione del virus.

Usato da migliaia e migliaia di persone ormai da dieci anni, è stato riformulato in modo da essere preso con una sola pastiglia al giorno anziché due.

Al congresso IAS è stato presentato lo studio ONCEMRK, durato 96 settimane in pazienti mai trattati prima con altri farmaci, che ha dimostrato un’attività antivirale potente ed un ottimo profilo di tollerabilità. 

“La nuova formulazione permette di prenderlo una sola volta al giorno con la stessa efficacia” afferma Pedro Cahn, primario di malattie infettive e professore alla Buenos Aires University Medical School

Gli sviluppi futuri: farmaci con somministrazione ancora più diradata nel tempo

Proprio l’assunzione di una sola pillola al giorno, come si fa per esempio per il diabete, viene incontro ai bisogni dei pazienti di oggi e domani.

“Dato l’innalzamento dell’età dei malati si richiedono medicine più facili da prendere e più sicure, cioè con sempre meno interazioni con altri farmaci” dice Hanna.

“L’innovazione sarà nello sviluppo di medicine con un meccanismo di protezione a lungo tempo, da prendere una volta alla settimana, una volta al mese, ogni sei o addirittura un anno. Ideali per gli anziani con problemi di memoria che spesso scordano di assumere la dose giornaliera di farmaci”.

Sono al momento in corso i trials clinici per MK-8591, molecola con un meccanismo d’azione innovativo, differente rispetto a tutti i farmaci per l’HIV approvati fino ad oggi.

Una singola dose orale ha raggiunto concentrazioni del farmaco intracellulari desiderate per più di una settimana ed una formulazione iniettabile ad azione prolungata può mantenere livelli farmacologici efficaci più di sei mesi.  

In sostanza, il futuro è nei farmaci che daranno meno carico al fegato ai reni grazie a una diminuzione della frequenza di somministrazione.


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