Salute

Salute, senza dubbi

Un saggio del farmacologo Silvio Garattini, direttore dell'Istituto Mario Negri di Milano, per saperne di più su terapie, pillole, alimenti, esami medici...

Se Silvio Garattini,  il più noto farmacologo italiano, dice che "fa bene" o "fa male", che si tratti di alimenti o di medicine, conviene dargli retta. O comunque ascoltare ciò che dice e tenerlo a mente. Lo si può fare leggendo il suo ultimo saggio «Fa bene o fa male?» (edito da Sperling & Kupfer), dove ogni capitolo risponde a una domanda: quando sono davvero utili ed efficaci le statine anticolesterolo, per esempio, se le terapie alternative servono a qualcosa, se le bibite zuccherate sono un pericolo per la salute, se la sigaretta elettronica è sicura, se le cellule staminali sono una promessa o una falsa speranza, quali sono i punti di forza e le pecche del Servizio sanitario nazionale... E molto altro.

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Qui pubblichiamo un estratto del libro, che affronta il tema degli antidepressivi. Funzionano? E in quali casi?

Erano gli anni Cinquanta quando nacque il primo farmaco antidepressivo: si chiamava imipramina – oggi in commercio – ed era stato scoperto per caso. Sintetizzato negli anni Quaranta, scommettendo sulle sue proprietà antistaminiche, era approdato alla clinica come un debole farmaco antipsicotico, e alla fine aveva rivelato un’attività antidepressiva. Fra incredulità ed entusiasmo, aveva dato origine a una classe di composti detti antidepressivi triciclici.

In seguito, sfruttando le conoscenze sul suo meccanismo d’azione, sbarcarono sulla scena i farmaci noti con la sigla SSRI (sigla che sta per: Selective Serotonin Reuptake Inhibitors, inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina) che agiscono, appunto, sulla
serotonina, ossia il neurotrasmettitore che governa il buonumore. La fluoxetina (universalmente conosciuta con il suo nome commerciale: Prozac) fu quindi celebrata come il farmaco antidepressivo per antonomasia. La "pillola della felicità" conobbe un grande successo sulla stampa, ma soprattutto per chi ne deteneva il brevetto e incassava il prezzo delle vendite. Alla fluoxetina seguirono molti altri prodotti del gruppo SSRI, che si appropriarono di ampie fette di mercato soprattutto quando la fluoxetina divenne un farmaco generico.

Contemporaneamente, prese vigore un’altra classe di medicinali che abbracciava un differente meccanismo d’azione, quello legato all’interazione con un diverso mediatore chimico, la noradrenalina.

Poi cominciarono i problemi, perché il mercato - ovvero la propaganda - può spingere una pillola fino a un certo punto: prima o poi, soprattutto quando si tratta di una malattia grave come la depressione, la verità finisce con il venire a galla. In realtà, per i farmaci antidepressivi c’è voluto molto più tempo affinché il bubbone scoppiasse, perché tali ritrovati hanno potuto godere di un mercato assai più ampio.

Si tratta di un mercato rappresentato dagli stati depressivi, quelle situazioni, cioè, determinate dagli eventi avversi della vita, che non sono malattie di per sé nel senso classico del termine. Se per esempio si perde una persona cara, si è stati licenziati o si sono subiti danni finanziari, è chiaro che non ci si possa sentire felici; ma ciò non rappresenta una patologia che richieda una terapia farmacologica. Al contrario, proprio quando ci si trova bersagliati dalle avversità della vita, è importante fare appello alle proprie forze interiori per reagire, chiedendo aiuto non tanto alle pillole quanto semmai alla famiglia e agli amici.

Ma qual è il punto? Se nel frattempo il medico ci ha prescritto un farmaco antidepressivo, il merito del risultato verrà indebitamente attribuito al farmaco. I casi positivi trovano sempre un’eco sproporzionata alla loro importanza, ma inducono fiducia e perseveranza nel dottore che rilascia la ricetta.

Negli ultimi dieci anni, tuttavia, abbiamo visto crescere perplessità e pessimismo circa la reale importanza dei farmaci antidepressivi, assieme a una notevole preoccupazione per il continuo aumento delle vendite. Poi la "bomba" è esplosa.

Un articolo-rapporto, redatto da un team di psichiatri inglesi, canadesi e statunitensi, e pubblicato su una rivista internazionale molto selettiva, ha scatenato un’onda lunga di reazioni che ha coinvolto anche la stampa non specializzata. La pubblicazione è tanto più importante in quanto si basa su tutti i risultati delle ricerche cliniche depositati presso la Food and Drug Administration, l’organo, come abbiamo detto, che negli Stati Uniti presiede alla regolamentazione dei farmaci.

Lo studio effettuato si chiama nel gergo dei ricercatori "metanalisi": è la raccolta di tutte le ricerche cliniche effettuate in passato con i farmaci antidepressivi SSRI confrontati con il placebo. Il lavoro consiste nel sommare tutti i risultati "pesandoli" per il numero dei pazienti presenti in ogni studio. Gli esiti sono molto chiari: le differenze tra i farmaci antidepressivi e il placebo risultano assai modesti, al limite della significatività clinica, il che vale per fluoxetina, venlafaxina, nefazodone e paroxetina. In altre parole, il vantaggio dovuto all’impiego dei farmaci antidepressivi è trascurabile rispetto a ciò che si può ottenere con il semplice placebo.

Il verdetto è pesante perché, a differenza delle analisi effettuate in precedenza, stavolta sono stati presi in considerazione anche i risultati degli studi clinici non pubblicati. Si tratta dell’ennesima riprova: si pubblicano prevalentemente gli studi positivi e si sottraggono all’attenzione dei medici tutte quelle informazioni che non comunicano i risultati sperati. Non solo: siccome non esistono farmaci innocui, sono via via emersi rapporti riguardanti gli effetti tossici degli SSRI. Si parla di conseguenze negative sulla densità del tessuto osseo e pure per quanto riguarda la formazione di trombi. Le segnalazioni in questione raccomandano apertamente che l’impiego degli SSRI dovrebbe essere limitato alle gravi depressioni, per scongiurare che alla beffa non si aggiunga il danno, ovvero: zero beneficio ma solo reazioni tossiche.

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