Salute

Ero un bambino malato, ora sono uno scrittore

Un sarcoma a soli 13 anni gli ha cambiato la vita. Oggi Alessandro Moscè è guarito, e racconta come ha esorcizzato il terrore della morte

Abbiamo intervistato Alessandro Moscé, scrittore, che a 13 anni si è ammalato di sarcoma, ma è guarito e sulla sua esperienza di allora ha scritto un libro, Il talento della malattia. Nel quale rievoca la sua malattia e racconta di sé, ma non solo. Dice molte altre cose. Parla a tutti. E vale per tutti.

Quando e come nasce l’idea di questo libro?
Ho incominciato a scriverlo dopo aver letto Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest, tre anni fa. Un libro folgorante sulla malattia della figlia Pauline, morta di osteosarcoma. Io, viceversa, sono guarito da un sarcoma di Ewing al bacino. Mi sono chiesto per trent’anni perché alcuni bambini ce la fanno e altri muoiono. La differenza, nel destino di un individuo, è brutale, impietosa. Lo è a maggior ragione se si tratta di infanti.

Perché questo titolo: Il talento della malattia? Che talento ha la malattia?
La malattia non ha talento, ma può suscitare una reazione messa in atto dalla psiche, specie dai più piccoli. Ciò che gli psicologi moderni chiamano “motivazione antagonista”, una sorta di via salvifica: pensare ad altro per esorcizzare il terrore della morte. Nel mio caso idolatravo il campione preferito, Giorgio Chinaglia, il centravanti della Lazio campione d’Italia nel 1974. Un calciatore amato, odiato, invidiato, difeso e criticato come forse nessun altro. Senz’altro un grande personaggio.

Quando hai scoperto la tua malattia quanti anni avevi, e quali sono state le tue prime reazioni?
Avevo 13 anni e in parte ero inconsapevole. La reazione fu di paura, spaesamento. Mi appellai  a quel simbolo di forza, Chinaglia. Mi attirava anche la sua sfrontatezza, quella di cui avevo bisogno per affrontare il nemico, la malattia. Mettevo in pratica un parallelismo tra la mia vita e la sua. Era un sogno di bambino.

Come hai fatto per superare la rabbia o la paura?
Volevo incontrare il mio idolo, e ci sono riuscito. Scrivevo delle lettere ad Anna Rita, un’amica di classe. Lettere che ovviamente non ho mai spedito. Rabbia non ne ho mai avuta.

Scrivere un libro è terapeutico? In che modo aiuta?
La domanda è di estremo interesse. Personalmente mi ha aiutato a uscire allo scoperto, perché per tanti anni ho nascosto a chiunque la mia malattia. Ero un adolescente indifeso, che altro potevo fare? Oggi che sono un adulto ogni pudore è caduto. Non credo che un libro sia terapeutico, ma quando è autobiografico, l’autore non può mai mentire. Molti mi hanno scritto, dopo averlo letto, commossi dalla mia storia, altri perché hanno vissuto una vicenda simile. Ma non si scrive un libro per mettere le cose a posto.

Cosa ti ha insegnato questa esperienza?
Nulla o tutto, chissà. Sicuramente, come ho scritto nel libro, se non mi fossi ammalato non sarei diventato uno scrittore. Le opere, come nei pozzi artesiani, salgono tanto più alte quanto più a fondo la sofferenza ha scavato il cuore, diceva Proust. Spero di arrivare presto alla terza edizione. Ho capito soprattutto che quando si trattano i sentimenti autentici, totali, la gente apprezza di più gli scrittori. Li sente portatori di un interesse universale.

Qual è il messaggio che vuoi dare con il tuo libro?
Non ho voluto dare un messaggio, perché la letteratura è testimonianza, non insegnamento. La mia esperienza si concentra in una narrazione che unisce gli archetipi dell’esistenza: nascita, morte, perdita, dolore, assenza, mito. La letteratura è verità.

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