Salute

Ebola: "Nessun pericolo in Italia"

Aldo Morrone, specialista in malattie infettive e tropicali spiega perché non corriamo grandi rischi. Nemmeno dall'operazione "Mare Nostrum" - 15 cose da sapere - Le foto dell'emergenza

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Guinea: un'infermiera di Medici Senza Frontiere medica una paziente dell'ospedale per malati di Ebola a Guekedou – Credits: Afp/Getty Images

"Sono appena tornato, insieme ad alcuni colleghi medici della Marina Militare e personale impegnato nell'operazione Mare Nostrum, da corsi internazionali e posso assicurare che siamo molto preparati ad affrontare qualunque problema, compresa l'eventualità di dover riconoscere e contrastare casi di ebola". A confermare le parole di pochi giorni fa del ministro della Salute, Lorenzin, è Aldo Morrone, primario di Medicina delle Migrazioni, del Turismo e Dermatologia tropicale dell'IFO San Gallicano di Roma e tra i massimi esperti in Italia e in Europa in malattie tropicali e infettive.

A Panorama.it, Morrone chiarisce: "Con Mare Nostrum l'Italia sta dimostrando di fare sistema tra ministeri, centri epidemiologici italiani ed europei, come l'European Center for Disease Control (ECDC) di Stoccolma e l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): paradossalmente siamo più sicuri ora che in passato".

Quindi possiamo dire che in Italia non ci siano rischi di contagio?

Esattamente, e per diversi motivi: in primo luogo è stato messo in atto un sistema di allerta molto efficace. Basti pensare che il personale impegnato sul fronte dell'immigrazione adotta dispositivi di protezione invidivuale, come mascherine con filtri speciali, che non sono usati neppure nei nostri pronto soccorso. Questo per dare maggiore sicurezza agli operatori e ai cittadini. Poi occorre considerare che l'Africa è grande e da Liberia e Sierra Leone, ovvero le zone di maggiore epidemia da ebola, non arrivano immigrati in Italia, che invece giungono soprattutto da Libia, Eritrea, Egitto e Somalia.

Ma nel caso in cui ci fosse un portatore del virus della febbre emorragica?

Sarebbe paradossalmente meglio, perché il portatore non trasmette la malattia. È bene ricordare che i tempi di incubazione sono molto stretti: da 2 a 20 giorni, ma nell'arco di 3/4 giorni si manifestano i sintomi dell'ebola. È insomma difficile che un migrante, contagiato, possa viaggiare per diverse settimane senza sviluppare la malattia. C'è poi da considerare il cosiddetto "effetto migrante sano": le famiglie investono sulle persone più sane, perché si indebitano per migliaia di dollari per farle partire e "investono" sulla possibilità che queste possano far ricongiungere altri familiari, una volta emigrate.

Perché allora c'è tanto allarme anche in Occidente? Basti pensare al clamore per il più recente caso di sospetto contagio a New York .

Esiste nell'immaginario la paura di contagio da virus, alimentata anche dai film. In realtà sia l'Europa che gli Stati Uniti hanno un modello di controllo molto elevato, come dimostrato in passato con la Sars nel 2003, bloccata e contrastata nella sua fase di espansione nell'arco di poco tempo. In ogni caso, un grosso "vantaggio" dell'ebola è che non si trasmette per via aerea, come con un colpo di tosse, ma solo tramite il contatto diretto con il sangue o i liquidi corporei di un malato.

Ma esiste davvero una possibilità di cura, dopo che nelle scorse ore si è parlato di un siero segreto usato in queste ore in Liberia per guarire due cittadini americani in Liberia?

Il fatto che si sia messo a punto o si stia mettendo a punto un farmaco contro l'ebola è senz'altro una buona notizia. Sicuramente arriveremo ad avere un vaccino o medicinali che rendano l'ebola da malattia mortale a malattia cronica o cronica recidivante, come per l'Aids o il tumore. Si sta lavorando in Africa per questo, anche perché ci sono interessi a farlo: non solo perché si parla di migliaia di persone, ma anche perché non si può pensare che un focolaio possa interessare solo certe aree.

La mobilità delle persone ha aumentato i rischi anche nei confronti di altre malattie infettive o tropicali, come la Mers che sta interessando il Medio Oriente?

Senz'altro sì, ma non solo la mobilità degli esseri umani: anche quella degli animali e delle merci. Stiamo assistendo a una tropicalizzazione degli ambienti, lo stesso Mediterraneo si è tropicalizzato. Basti pensare che abbiamo avuto un caso di un bambino di 2 anni, che vive lungo la costa laziale e non si è mai mosso da lì, che ha contratto una malattia tropicale. Nel caso della Mers, poi, è in atto un'attività di controllo, grazie alla collaborazione tra sistemi sanitari internazionali. In ogni caso stiamo parlando di malattie che rigurdano paesi con strutture sanitarie inadeguate, molta povertà e una vita media bassissima: la Sierra Leone, ad esempio, dove c'è un focolaio di Ebola, è il Paese con la più bassa aspettativa di vita al mondo, di appena 48 anni contro gli 85 dell'Italia. Secondo i dati dell'Oms, inoltre, la popolazione è in buona salute solo fino ai 25 anni.

Ma possiamo immaginare che l'ebola venga contrastata?

Penso di sì, perché solitamente ha un andamento di up and down: ora c'è un picco massimo, perché il virus non trova resistenze ma, come accaduto in passato nella Repubblica Democratica del Congo, si dovrebbe assistere ad un'attenuazione, anche perché se il virus uccidesse tutti, non potrebbe sopravvivere lui stesso. Occorrono però grandi investimenti nelle strutture sanitarie, in tutti quei luoghi dove si manifestano le 18 cosiddette neglected tropical diseases, ovvero le malattie tropicali trascurate. In realtà si tratta malattie, come la malaria o la malattia del sonno, non necessariamente infettive, che andrebbero ridefinite come common tropical diseases in neglected people, ovvero malattie tropicali comuni che colpiscono popolazioni trascurate.

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