gluten free
Salute

Dieta senza glutine, tra moda e necessità

Tutte le insidie (e qualche beneficio) del boom del gluten-free. Intervista al direttore dell'Associazione Italiana Celiachia

Siamo alla terza edizione della Settimana Nazionale della Celiachia, che si celebra fino a domenica 21 maggio per informare su una malattia che in Italia riguarda 600.000 persone, anche se quelle che hanno già ricevuto una diagnosi sono meno di un terzo, 190.000. Quest'anno il focus è sulla nutrizione e Associazione Italiana Celiachia (AIC) e Associazione Nazionale Dietisti lanciano un monito. Per i celiaci, persone affette da intolleranza permanente al glutine, la dieta priva di questa proteina contenuta in molti cereali non è una scelta alimentare, bensì l'unica terapia possibile. Ci sono però nel complesso 6 milioni di persone che nel nostro paese acquistano alimenti senza glutine, spendendo ogni anno 105 milioni di euro per prodotti dei quali non avrebbero bisogno.

Un mercato in forte crescita
Da dieta terapeutica per chi deve assolutamente evitare il glutine, la dieta gluten-free è diventata negli ultimi anni una moda e il mercato dei prodotti cresce con un ritmo del 27% all'anno. In Italia si spendono per alimenti gluten-free 320 milioni di euro, ma di questi solo 215 riguardano persone che hanno avuto una diagnosi di celiachia. Tutti gli altri sono spesi da chi compra cibi senza glutine, in modo assiduo o solo occasionale, convinto che facciano bene, che aiutino a dimagrire, che migliorino il benessere.

"Il fenomeno è legato a una generale attenzione verso la salute", spiega Caterina Pilo, Direttore Generale dell'AIC a Panorama.it. "C'è una grossa spinta del mercato e dei produttori a diffondere informazioni rispetto alla salubrità e al benessere legati a questi alimenti. Non sta succedendo solo da noi, i dati del mercato americano sono molto interessanti. Negli Usa il 30% delle persone si dichiara interessato a limitare o eliminare il glutine, ma poi quando vengono intervistati molti di quelli che dicono di evitarlo non sanno nemmeno bene che cosa sia". "Dai dati di indagini fatte sui comportamenti dei consumatori", prosegue Pilo, "una persona su 10 pensa che la dieta senza glutine sia salutare, 3 su 10 pensano che faccia dimagrire. Tutto falso: è necessaria per chi è celiaco, ma non ha effetti benefici, né tantomeno dimagranti, su chi non lo è".

Una moda che nuoce ai celiaci?
Da celiaca a dieta senza glutine ormai da una dozzina di anni, avendo faticato un po' all'inizio ad adattarmi a questo nuovo modo di mangiare, "per sempre", mi sembra incredibile che ci sia gente che se lo infligge senza averne bisogno. Però in fondo mi domando: a me che male fa se anche chi non è celiaco vuole mangiare senza glutine? "Se abbiamo un celiaco ancora nascosto (sono il 70%), mettersi a dieta prima della diagnosi impedisce una diagnosi corretta", mi ricorda Pilo. "Difficilmente questi pazienti tornano a dieta libera, perché magari si sentono meglio e non vogliono tornare a mangiare glutine, quindi la diagnosi resta sfumata. Chi invece decide di interrompere la dieta e poi riprenderla danneggia la propria salute". Il concetto è che la celiachia va esclusa prima di eliminare il glutine: esami del sangue e gastroscopia devono essere fatti mentre la persona assume ancora la proteina che danneggia l'intestino, altrimenti si rischia di non capire se è celiaca o no.

"Un altro effetto che noi giudichiamo negativo è quello della banalizzazione della malattia: tutti ci autocuriamo e siamo tutti malati di qualcosa, quindi alla fine nessuno è malato davvero. Va a finire che la celiachia non viene presa troppo sul serio". Una prima conseguenza di questo atteggiamento generale può essere considerato il Regolamento 609 del 2013, entrato in vigore a luglio del 2016, che toglie gli alimenti per celiaci dalla categoria di prodotti considerati essenziali per una categoria vulnerabile della popolazione. "Quando siamo andati a spiegare a Strasburgo cosa fosse la celiachia, i relatori della norma hanno ammesso che non avevano considerato il problema ma erano partiti dall'analisi del mercato", spiega Pilo. In pratica se i prodotti sono diventati così tanti non possono più essere considerati speciali. "C'è sicuramente stata una pressione anche da parte delle multinazionali dell'alimentare a non volere più la protezione del prodotto dietetico".

Il rischio insomma, per me che sono celiaca, sarebbe quello di venire etichettata come "una di quelle persone che fanno una dieta per stare meglio", mentre chiaramente io di stare a dieta non posso fare a meno, se non voglio ridurmi a brandelli l'intestino. "Un'altra falsa convinzione è che la dieta senza glutine regali prestazioni sportive superlative", ricorda il direttore dell'AIC. "Molti di coloro che hanno letto il libro del tennista Novak Ðokovic, che sosteneva di aver ricominciato a giocare alla grande dopo aver eliminato il glutine, si sono convinti che funzionerà anche per loro". In realtà il tennista era affetto probabilmente da gluten sensitivity, una forma particolare di ipersensibilità al glutine: per quello eliminarlo lo ha fatto stare meglio, ma non funziona con chi col glutine non ha problemi.

Più scelta per tutti
Okay, sono d'accordo sul fatto che questa moda del gluten-free sia sbagliata e faccia male, ma mi rimane il sospetto che dei lati positivi per me li abbia avuti. Davvero la Algida si sarebbe presa la briga di produrre il cornetto senza glutine, novità dell'estate di quest'anno che ha mandato in visibilio mio figlio, (celiaco anche lui, ça va sans dire) solo per i 190.000 celiaci diagnosticati in Italia? O non è forse vero che a far gola alle aziende è proprio quel vasto pubblico di consumatori che preferiscono il gluten-free per capriccio? Sia come sia, ecco un prodotto in più che la mia famiglia potrà consumare sotto l'ombrellone: non posso fare a meno di pensare di averci guadagnato.

"La vera esplosione dei prodotti è avvenuta prima di questa moda degli ultimi tempi", mi assicura il direttore dell'Associazione Italiana Celiachia. "Io me ne occupo dal '99, nel primo registro dei prodotti del 2001 c'erano 281 prodotti ora siamo a oltre 6.000. Credo che l'attività che abbiamo svolto in questi anni per portare a conoscenza di pubblico e aziende cosa sia la celiachia, e il fatto che sappiamo che i celiaci in realtà sono 600.000, molti in attesa di diagnosi, abbia contribuito non poco ad ampliare l'offerta. Certo, poi come avviene per i prodotti per vegetariani, anche la moda ha avuto un ruolo. Quello che non è accaduto è quello che speravamo, cioè che con gli anni si abbassassero i prezzi".

Dalla farmacia al supermercato
Attualmente le persone che hanno avuto una diagnosi di celiachia ricevono dalla propria Asl dei buoni spendibili in punti vendita convenzionati, nella stragrande maggioranza dei casi farmacie, per comprare prodotti senza glutine. Pasta, biscotti, pane, farina, cracker, merendine sono in pratica "passati" dallo Stato, che però paga per noi questi prodotti spesso a carissimo prezzo: un pacco da mezzo chilo di pasta può costare anche più di 4 euro, tanto per dire. Molti supermercati hanno però negli anni presentato le proprie linee di prodotti gluten-free, in genere più a buon mercato. Il problema è che in molte regioni ancora non è possibile diversificare la spesa in più punti vendita. In alcuni casi si è addirittura costretti a spendere tutta la cifra disponibile per un mese (100-120 euro a seconda se si è donne o uomini, la differenza dipende dal fabbisogno stimato), tutta in una volta in un unico punto vendita.

Il mio sogno è che un domani i prodotti senza glutine costino come gli altri, si possano comprare tutti al supermercato e allora a quel punto non avrà più senso che lo Stato li paghi per me. Sono contenta di scoprire che questo è anche l'obiettivo dell'AIC. "Per ora la grande distribuzione rappresenta solo il 30% del mercato, ma è proprio lì che i prezzi diminuiscono. In effetti il nostro monitoraggio dei prezzi ci dice che una flessione si è registrata anche in farmacia". Ma parliamoci chiaro: che interesse hanno i farmacisti, e le aziende che vendono i loro prodotti solo in farmacia, a tenere i prezzi bassi dal momento che tanto sanno che a pagare non sono i clienti ma lo Stato? "Vogliamo arrivare a una situazione in cui il celiaco può fare la spesa, e pagarsela, al supermercato come tutti e agli stessi prezzi. Nel frattempo non possiamo rinunciare all'assistenza, nell'attesa che il mercato compia il miracolo".

Se da un lato i buoni forniti dalle Asl e pagati dallo Stato sono visti come il motivo per cui i prezzi da noi sono artificiosamente alti, dall'altro Caterina Pilo mi spiega che i prodotti senza glutine sono in realtà più cari in altri paesi europei, dove i celiaci li pagano di tasca propria. "Io non baratterei la nostra situazione con quella di altri paesi", mi assicura. E poi mi racconta che nel medio periodo la soluzione sarà la digitalizzazione dei buoni.

Far la spesa come tutti
"Il tetto di spesa per ciascun assistito sarà caricato su una tessera apposita, o direttamente sulla tessera sanitaria, e potrà essere speso ovunque ci sia l'erogazione gratuita", cioè in tutti gli esercizi convenzionati con l'Asl. "Alla fine del mese però il credito si azzera, e tutto quello che non è stato speso viene risparmiato dallo Stato". In Toscana, una delle regioni più avanti da questo punto di vista, la frammentazione dei buoni e l'apertura alla grande distribuzione hanno contribuito a far risparmiare le Asl: "I consumatori prendono i prodotti che preferiscono dove trovavano il prezzo migliore e in questo modo spesso non consumano tutto il buono mensile".

Il lavoro dell'Associazione in questi anni è stato prezioso. Ho scoperto per esempio che fino al 2005 non c'era il diritto al pasto senza glutine nelle mense scolastiche. Mio figlio ha cominciato ad andare all'asilo nel 2006 e ha sempre avuto il suo pasto gluten-free, dalla materna alle medie. Una cosa che ho dato per scontata era in realtà una conquista recente, ottenuta con impegno e fatica. Ecco, spero che un giorno qualche altra mamma possa dare altrettanto per scontata la presenza abbondante di prodotti senza glutine a prezzo normale nei supermercati. E chiedersi come mai un tempo ero lo Stato a occuparsi della spesa per i celiaci. Secondo me non manca molto.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti