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Salute

Così l’obesità invecchia il fegato

Tra i rischi, l’aumento di insorgenza tumorale. Una semplice prevenzione? Bere decaffeinato

L’obesità accelera l’invecchiamento cellulare del fegato. Oltre ai già noti problemi per la salute (diabete e malattie cardiovascolari in primis) il sovrappeso incrementa anche il rischio di contrarre gravi patologie epatiche e sviluppare precocemente tumori al fegato.

Lo conferma uno studio pubblicato il 9 ottobre sulla rivista Proceedings National Academy of Sciences e condotto da un team internazionale di ricercatori. Che hanno dimostrato come l’obesità accelera il processo di invecchiamento dei tessuti del fegato, precisamente di tre anni e mezzo per ogni dieci punti di indice di massa corporea (Bmi) sopra la media, aumentando la probabilità di insorgenza di malattie epatiche.

“Le persone obese soffrono spesso di patologie tipiche della senilità” spiegano i ricercatori “e ciò ci ha indotto a pensare che l’obesità stessa induca un’accelerazione dei processi di invecchiamento in alcuni tipi di cellule e tessuti”.

Finora però non era ben chiaro come misurare con precisione questa età biologica. Il gruppo guidato da Steve Horvath dell’Università della California di Los Angeles ha messo a punto un metodo, chiamato “orologio epigenetico” che mette in relazione il Bmi con le alterazioni genetiche dovute a fattori esterni (processo noto appunto come epigenetica) delle cellule del sangue, fegato, muscoli e tessuto adiposo.

Le modificazioni del Dna e delle proteine in questi casi producono dei particolari biomarker, che gli scienziati hanno usato per datare cellule e tessuti. Con grande stupore hanno quindi constatato, in ben centotrentasette soggetti, che il Bmi è fortemente correlato all’invecchiamento epigenetico dei tessuti del fegato.

“Questo spiega perché le persone in sovrappeso sono più propense a sviluppare anche da giovani malattie legate all’invecchiamento in concomitanza con altre patologie tipiche dell’obesità” afferma Horvath. “Inoltre l’accelerazione dell’invecchiamento epigenetico cellulare, che può portare a sviluppare forme tumorali al fegato, non è reversibile nel breve periodo, nemmeno dopo un significativo calo ponderale tramite interventi chirurgici”.

 

Il decaffeinato, un’arma per difendere il fegato

 

Bere caffé, preferibilmente senza caffeina. Almeno tre tazzine al giorno. Secondo una ricerca del National Cancer Institute e pubblicata oggi sulla rivista Hepatology il consumo giornaliero di caffé avrebbe un effetto benefico proprio sul fegato, abbassando i livelli degli enzimi epatici nocivi e proteggendo la ghiandola più grande del nostro corpo dall’insorgenza del cancro.

“Già precedenti ricerche avevano dimostrato come l’assunzione di tale bevanda abbassasse il rischio di sviluppare diabete, malattie cardiovascolari, steatosi epatica (il cosiddetto “fegato grasso”), cirrosi e tumori” spiega Qian Xiao, uno degli autori della ricerca. “Ma non era chiaro se l’azione protettiva era dovuta alla caffeina o anche ad altre sostanze contenute nella miscela”.

I ricercatori hanno così esaminato i risultati degli esami del sangue effettuati su oltre ventisettemila individui di età superiore ai vent’anni, prelevandoli da un database di informazioni mediche compilato su scala nazionale (U.S. National Health and Nutrition Examination Survey).

Analizzando i dati, è emerso che nelle persone che avevano dichiarato di bere più di tre caffé al giorno i livelli di transaminasi e degli enzimi che indicano danni epatici (come gamma GT e fosfatasi alcalina) erano più bassi rispetto a chi non ne assumeva affatto.

In parole più semplici, tutte quelle sigle che leggiamo nei referti degli esami del sangue (ALT, AST, GGT, Alph) e che riportano lo stato di salute del nostro fegato avevano valori minimi, in particolare negli amanti del decaffeinato.

“Le conclusioni dello studio” afferma Xiao “indicano che non solo la caffeina ma anche gli ingredienti contenuti nel decaffeinato promuovono un’azione salutare sul fegato, diminuendo i rischi di contrarre patologie”. Ulteriori studi sono però necessari per identificare esattamente quali siano queste sostanze protettive per sviluppare farmaci e terapie preventive.

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