Salute

Corsa: è possibile sconfiggere la fatica?

L'ultramaratoneta americano Dean Karnazes sostiene di poter correre indefinitamente perché non raggiunge mai la soglia di acido lattico. Ma è davvero possible non avere limiti? Panorama.it ha chiesto il parere di un medico dello sport

Sulla destra Dean Karnazes vicino al traguardo di una gara da 135 miglia lo scorso luglio (Credit: David McNew/Getty Images)

Ecco a voi l'uomo che può correre per sempre. Così più o meno il quotidiano inglese The Guardian presenta Dean Karnazes, atleta americano di ultramaratona e ultratrail che ha una caratteristica davvero peculiare: i suoi muscoli non si stancano mai, per questo è in grado di correre per tre giorni e tre notti di fila senza mai cedere alla fatica. "A un certo livello di intensità", dichiara Karnazes al Guardian, "sento che potrei andare molto lontano senza stancarmi. Non importa quanto spinga, i miei muscoli non mollano mai".
 
La chiave di questa incredibile resistenza è in quella che viene chiamata la soglia del lattato. Quando corriamo trasformiamo lo zucchero in energia, il sottoprodotto di questa trasformazione è il lattato che viene a sua volta utilizzato come ulteriore carburante e trasformato di nuovo in energia. A un certo punto però il corpo non è più in grado di trasformare il lattato in eccesso in energia e questo fa aumentare il livello di acidità nei muscoli e nel sangue, dando quella sensazione di bruciore e di fatica che ogni runner conosce e che costituisce il sistema di allerta dell'organismo per dirti quando è ora di fermarsi.
 
Avendo al suo attivo alcune delle gare di resistenza più dure che si svolgano al mondo, tra cui maratone al Polo Sud a -25 °C, o ultramaratone in pieno deserto, come la Marathon del Sables, Karnazes quel bruciorino ai muscoli sostiene di non averlo mai sentito. Ciò gli consente di andare avanti indefinitamente, senza mai raggiungere un punto in cui è costretto a fermarsi per la fatica. Vantaggio biologico o frutto di un allenamento esemplare? Lui sostiene che oltre a un'innegabile predisposizione genetica, i fattori in gioco sono l'allenamento fatto in giovanissima età, anche se poi interrotto per più di 15 anni, una bassa massa grassa, una dieta molto alcalina e una bassa esposizione a tossine ambientali. Viene da credergli soprattutto perché lui è l'uomo dei record, quello che ha corso 50 maratone in 50 giorni in 50 Stati d'America nel 2006 e che non più tardi dello scorso luglio ha portato a termine una gara di 135 miglia non stop con partenza nella Death Valley. Un tipo tosto, insomma. 

Ma allora è vero che potenzialmente non ci sono limiti alle possibilità del corpo? Panorama.it ne ha parlato con Arsenio Veicsteinas, Professore di fisiologia alla Facoltà di Scienze motorie dell'Università degli Studi di Milano e collaboratore alla ricerca del Centro di Medicina dello sport della Fondazione Don Gnocchi.

Professore come è possibile che Dean Karnazes non senta la fatica?
Ci sono malattie genetiche delle cellule muscolari a causa delle quali non si ha produzione di acido lattico. Chi ne è colpito però difficilmente diventa un atleta, anzi in genere non sta benissimo. Trovo la storia di questo signore molto curiosa e bisognerebbe vedere effettivamente quali risultati hanno dati i test ai quali si è sottoposto. Quello che è vero è che è possibile mantenere comunque un'intensità di esercizio, anche piuttosto elevata, tale da non creare grandi quantità di acido lattico.

Esiste una predisposizione genetica a una soglia del lattato più alta?
Probabilmente sì, ma non ci sono dati scientifici che lo dimostrino. La verità è che la capacità di resistenza dipende dalla potenza erogata. Con uno sforzo di intensità sotto una certa soglia tutti potremmo andare avanti indefinitamente a patto di avere a disposizione, con ossigeno in quantità adeguate, grassi e zuccheri a sufficienza da trasformare in energia per la contrazione muscolare. Lei può fare una traversata a nuoto di kilometri e, se nutrito con lipidi e glucidi in quantità sufficiente, può andare avanti per ore e ore perché a un'intensità metabolica adeguata i muscoli non si stancano. Del resto il nostro cuore, un muscolo anche lui, batte per anni senza problemi. Solo se lo si porta al massimo, diciamo 200 battiti al minuto, può andare solo per un tempo limitato.

Come si allena il corpo ad innalzare la soglia del lattato per resistere più a lungo alla fatica?
Esistono tecniche specifiche che usano oggi gli allenatori, supportati dalla ricerca scientifica, per preparare gli atleti a gare particolari come per esempio quella dei 400 metri. Lo scopo è di innalzare la soglia anaerobica e aumentare la velocità di smaltimento dell'acido lattico. Direi per semplicità che sono tre i vantaggi che si possono trarre da un allenamento mirato. Per prima cosa si può arrivare ad aumentare l'intensità di esercizio senza avere produzione di acido lattico. Poi, pur avendo un tasso di acido lattico più elevato, non si avverte la fatica in quanto l'atleta lo tollera maggiormente. Infine il terzo vantaggio dell'allenamento è che aumenta la velocità di eliminazione dell'acido lattico. La bravura dell'allenatore sta nell'ottenere il giusto mix di vantaggi a seconda del tipo di sport al quale l'atleta deve applicarsi. Esiste da qualche anno una laurea magistrale in scienze motorie che ha tra gli obiettivi anche questo.

Quale può essere il ruolo del doping?
Il doping non può aumentare la velocità di eliminazione dell'acido lattico. Alcune sostanze, che oggi comunque si usano molto meno di un tempo, al massimo possono non farti sentire la fatica: sei pieno di acido lattico ma non lo senti, almeno per qualche tempo.

Karnazes sostiene che a concorrere a questo suo "dono" ci sono altri fattori come la bassa massa grassa e un tipo particolare di alimentazione. Cosa ne pensa?
Una massa grassa bassissima ce l'hanno tutti i maratoneti, quindi non c'entra. Quanto all'alimentazione, non sappiamo ancora quale sia la sua reale influenza a livello genetico.
 
E l'allenamento fatto in gioventù e poi interrotto per molti anni può aver inciso positivamente?
L’allenamento fatto in giovane età è un tesoretto che uno mette via, perché crea una condizione fisica, respiratoria, circolatoria e metabolica positiva. In pratica trasforma il corpo e lo mette in condizioni ottimali donandogli caratteristiche morfologiche e funzionali positive: massa muscolare elevata e tonica, spalle robuste, torace largo sono cose che non si perdono. Col tempo si possono perdere in parte i muscoli, ma la struttura rimane.

E chi invece comincia a cimentarsi solo da adulto?
A qualunque età ci si metta a fare esercizio fisico, a patto che l'intensità sia adeguata e che l'allenamento sia ben pilotato, si migliora sempre. La plasticità dell'organismo è eccezionale, perciò vale sempre la pena cominciare e si possono ottenere immensi vantaggi anche a 60-70 anni. L'unico avvertimento da dare è che bisogna partire certi che l'organismo sia in grado di farlo, e per questo ci sono i centri di medicina dello sport.

Gli appassionati di running sono in costante aumento, tanto che la maratona per molti non è più abbastanza e si passa alle ultramaratone. Quali sono i rischi?
Ciò che spinge queste persone è la ricerca del limite e la voglia di superare se stessi. Per me va benissimo: se l'atleta è sufficientemente allenato e convinto lo faccia, a patto di non avere patologie. Il nostro fisico opportunamente allenato fa cose straordinarie, basta usare l'intelligenza e scegliere un bravo allenatore.

© Riproduzione Riservata

Commenti